Dal caso Youssef Siher al potere dissuasivo sulle seconde generazioni
La vicenda giudiziaria e mediatica legata al fermo di Youssef Siher, ricercatore e giornalista italo-marocchino, offre uno spaccato paradigmatico su come la cronaca giornalistica e l’apparato punitivo statale possano convergere nella costruzione del “nemico interno”. Descritto dalle principali testate nazionali come la “mente” del Movimento 17 ottobre, il “regista” delle piazze e “l’ayatollah dei maranza”, Siher è stato immediatamente collocato al centro di una narrazione colpevolista. I titoli sensazionalistici che hanno accompagnato il suo fermo hanno associato la presunta regia dei disordini a una matrice etnico-religiosa, mentre la comunicazione politica ha celebrato la fermezza dello Stato contro chi organizza aggressioni e rivolte.
La figura del “nemico interno” prende forma laddove la rappresentazione mediatica, il linguaggio istituzionale della sicurezza e le categorie della prevenzione penale convergono, trasformando la complessità del dissenso politico e del disagio sociale in un’unica minaccia identitaria.
Le scorciatoie narrative
Le parole utilizzate per descrivere un’indagine giudiziaria non sono neutre. Qualificare un indagato come la “mente” attribuisce ruoli di direzione e responsabilità prima che qualsiasi sentenza ne abbia accertato la veridicità. Quando a queste formule si affiancano etichette come “professorino islamico”, il riferimento religioso cessa di essere un semplice dato biografico e diventa una scorciatoia esplicativa per suggerire un’immagine di sovversione. Inoltre, quando la stampa presenta l’Islam come la causa reale dei disordini (“Non è disagio, è Islam”), la cronaca deresponsabilizza il contesto sociale ed evita qualsiasi analisi sulle motivazioni reali della protesta.
Sotto il profilo della deontologia giornalistica, questa modalità di racconto rivela profonde criticità rispetto al Codice della professione. In primo luogo, la narrazione scavalca apertamente la presunzione di non colpevolezza (art. 24), la quale impone il rispetto rigoroso della fase d’indagine ed evita di sovrapporre le ipotesi dell’accusa all’accertamento definitivo dei fatti. A questa distorsione si affianca la violazione della continenza espressiva e il ricorso a stereotipi (art. 2, 4 e 20), palese sia nell’uso di vocaboli denigratori come “maranza”, sia nella spettacolarizzazione dei dettagli biografici e delle trascorse collaborazioni professionali.
Il fermo del PM
Spingendosi dalla semplice contestazione sulla gestione di un canale Telegram verso ipotesi di estrema gravità –quali l’istigazione a delinquere e la finalità di terrorismo–, il provvedimento di fermo a carico di Siher svela il vero nodo della vicenda. Il rischio, infatti, è che l’impianto accusatorio finisca per sostituire la prova concreta e materiale di un reato eversivo con quella che si può definire la “scenografia della paura”.
Per comprendere la gravità di questo passaggio, occorre innanzitutto separare ciò che negli atti è documentato come dato materiale –ossia la circolazione di un vademecum con consigli di autodifesa e indicazioni operative per lo scontro di piazza– dalle deduzioni costruite dalla Procura. Il punto è capire quali elementi consentano di passare dalla preparazione di una protesta, anche conflittuale, all’ipotesi di un progetto terroristico.
L’elemento più problematico dell’impianto accusatorio sta nel cortocircuito che si viene a creare attorno alla dimostrazione del reato. Invece di fondare la finalità di terrorismo su azioni materiali e oggettive, il provvedimento fa leva su fattori esterni e ambientali, come le vetrine blindate dei negozi, il clima di paura percepito tra i cittadini e l’imponente schieramento delle forze dell’ordine. Il provvedimento, quindi, usa il clima di paura e il dispiegamento delle forze dell’ordine per rafforzare l’ipotesi di pericolosità, senza dimostrare i requisiti del reato ipotizzato.
A rendere il quadro ancora più controverso interviene la motivazione relativa al pericolo di fuga, dove la condizione di Siher quale “italiano di seconda generazione” viene espressamente utilizzata dal Pubblico Ministero per sostenere la possibilità che l’indagato faccia perdere le proprie tracce all’estero.
Il “Nemico Interno”
Il concetto sociologico e politico di “nemico interno” definisce un soggetto presente all’interno del corpo sociale, ma rappresentato come strutturalmente incompatibile con i suoi valori. Non è un semplice trasgressore della norma, ma un individuo la cui stessa esistenza viene raccontata come una minaccia collettiva.
Questa figura assume contorni specifici quando intercetta i giovani di origine migratoria e i soggetti di fede musulmana. Per la seconda generazione, la cittadinanza formale rimane un’appartenenza condizionata, permanentemente esposta alla richiesta di dimostrare la propria lealtà attraverso la conformità alle aspettative dominanti.
Senza cadere nell’equivoco di equiparare meccanicamente il contesto odierno alla storia coloniale, le categorie analitiche sviluppate da Frantz Fanon e le ricerche storiche di Valeria Deplano offrono preziose chiavi di lettura per decodificare questa dinamica. Fanon dimostra, infatti, come il potere egemone tenda a costruire il soggetto subordinato quale sintesi dell’irrazionalità e del pericolo, privandolo della posizione di interlocutore politico legittimo; quando la persona razzializzata si riappropria degli strumenti critici per denunciare le ingiustizie, la risposta del sistema consiste nel depoliticizzarne la parola, riducendola a fanatismo o minaccia alla sicurezza.
Questa inclinazione trova un chiaro riscontro nella storia italiana della seconda metà del Novecento. Gli studi di Valeria Deplano sull’attivismo degli studenti africani nell’Italia degli anni Sessanta evidenziano infatti come le mobilitazioni anti coloniali venissero sistematicamente sottoposte a sorveglianza di polizia e interpretate dalle autorità come forme di sovversione “anti-italiana”. Pur nella profonda diversità dei contesti storici, emerge la tendenza delle istituzioni a trattare la partecipazione e la rivendicazione politica dei soggetti razzializzati unicamente attraverso la lente dell’ordine pubblico e del contenimento.
Dalla criminalizzazione alla dissuasione
Le conseguenze della costruzione del nemico interno vanno oltre la singola vicenda processuale di Youssef Siher, proiettandosi sull’intero tessuto popolare. Anche alla luce della sua recente liberazione, la conclusione della misura cautelare non cancella automaticamente gli effetti dell’esposizione mediatica, dello stigma pubblico e del sospetto costruito attorno alla sua figura.
La criminologia critica descrive questo fenomeno attraverso il concetto di criminalizzazione del dissenso (Rossella Selmini e Anna Di Ronco, 2023), mettendo in luce la sovrapposizione sempre più marcata tra le politiche di controllo della marginalità urbana e la gestione punitiva dei movimenti sociali. Quando la risposta dello Stato alla protesta si articola attraverso la sinergia tra gogna mediatica, sorveglianza, procedimenti giudiziari ed elevate sanzioni economiche, si genera un diffuso effetto dissuasivo.
L’impatto economico delle spese legali, la paura dello stigma pubblico, la minaccia di sanzioni amministrative e l’ansia del procedimento penale inducono l’autocensura e il disimpegno. Il rischio consiste nel fatto che la partecipazione politica e l’esercizio del diritto di protesta diventino attività gravate da costi materiali e personali insostenibili, spingendo alla demobilitazione soprattutto i soggetti socialmente e giuridicamente più vulnerabili.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto le garanzie riconosciute a chi è sottoposto a un procedimento penale, ma anche le conseguenze che l’esposizione mediatica e l’intervento giudiziario possono produrre prima di una condanna. Quando un attivista viene presentato pubblicamente come il responsabile di una minaccia collettiva, il procedimento penale può accompagnarsi a una forma di sanzione anticipata dove la reputazione viene compromessa, le relazioni sociali e professionali possono risentirne e la partecipazione politica diventa un’attività da cui è ragionevole temere conseguenze personali. La liberazione di Siher non annulla retroattivamente questo processo, né elimina necessariamente gli effetti della rappresentazione pubblica che lo ha associato alla pericolosità eversiva. Questo rischio assume un significato particolare quando il soggetto è già esposto a forme di sospetto legate all’origine familiare, alla religione o alla posizione politica.
L’effetto dissuasivo, in questo senso, può estendersi a chi condivide le stesse rivendicazioni o appartiene agli stessi ambienti sociali, inducendo a evitare le mobilitazioni, limitare le proprie dichiarazioni pubbliche o prendere le distanze da determinate forme di dissenso. La questione diventa allora più ampia della responsabilità individuale di Youssef Siher e riguarda le condizioni concrete in cui le persone, e in particolare quelle razzializzate, possono esercitare il diritto di protesta senza che la loro identità o le loro idee vengano assunte come indizi di pericolosità.