Una delle costanti per il sud del Libano da due anni a questa parte è stata la guerra che continua ad intermittenza dall’attacco israeliano compiuto, attraverso i cercapersona e walkie-talkie, il 17 settembre 2024.
In due anni, oltre il 22,5% dei terreni agricoli libanesi è stato colpito dalla guerra. Il 78% degli agricoltori del Sud ha interrotto la propria attività. Si stima che circa 1,24 milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare. Questi i dati che Louis Lahoud, il rappresentante del Ministero dell’Agricoltura ha presentato alla 181ª sessione del Consiglio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), tenutasi a Roma dall’8 al 12 giugno. Inoltre, il ciclo di conflitti degli ultimi anni ha sia ripetutamente causato danni ai terreni agricoli sia diminuito la produttività a lungo termine.
L’economia della distruzione a breve termine
«La guerra distrugge e mette a fuoco i terreni agricoli e causa lo sfollamento di chi la terra la lavora, con la possibilità che non possa ritornare», spiega Mohamad Ghassan Abiad, professore e direttore del laboratorio per l’ambiente, l’agricoltura e la nutrizione (LEAF) all’Università Americana di Beirut (AUB). «Prima dell’inizio di questo ultimo conflitto [il 2 marzo 2026, ndr], avevamo stimato che il 63% degli agricoltori del sub non potessero accedere ai loro pascoli e che circa il 25% non avesse più la possibilità di coltivare e avesse, di conseguenza, perso il suo mezzo di sussistenza. Oggi, certamente, queste cifre sono ancora più alte», continua il professore Abiad.
Secondo una valutazione del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, oltre 12.000 ettari di terreno agricolo nella regione sono stati abbandonati a causa dell’insicurezza e almeno 2.193 ettari sono stati danneggiati dagli incendi provocati dai bombardamenti e dalle armi incendiarie. A venire distrutte sono anche le infrastrutture – come serre, sistemi di irrigazione, strade, canali di distribuzione di elettricità – come ricorda Hisham Younes, fondatore e presidente dell’ONG GreenSoutheners, associazione dedicata alla conservazione della biodiversità dal 2013.
Le ripercussioni economiche sono importanti, visto che in Libano l’agricoltura contribuisce per circa il 9% al PIL e impiega circa il 4% della forza lavoro. Nelle zone rurali, soprattutto nel sud, l’80% dell’attività locale è legata all’agricoltura. Inoltre, lo sfollamento della popolazione ha comportato che gli agricoltori non avessero più accesso ai propri terreni, causando un calo dell’attività agricola. «Se gli agricoltori non riescono a raggiungere i propri campi, non possono irrigare, non possono combattere i parassiti, non possono raccogliere; a causa di questo si sono mancate almeno sei stagioni di raccolto», specifica Hisham Younes, fondatore e presidente dell’ONG GreenSoutheners, associazione dedicata alla conservazione della biodiversità dal 2013.
Perdere stagione vuol dire anche un più alto tasso di disoccupazione: «ci sono molti lavoratori stagionali che non stanno lavorando e senza questa entrata non riescono a sfamare le proprie famiglie», aggiunge Salem Darwich, ex consigliere del ministro dell’Agricoltura e professore all’Università Libanese.
Secondo lui si possono individuare due ragioni per le quali ci vorrà tempo prima che la situazione migliori. Primo, i tempi di crescita necessari al raccolto «piantare piantine di ulivo significa aspettare 5, 6, 7, 8 anni prima che inizino a produrre».La seconda motivazione è una semplice questione di priorità, dovuta alla natura selettiva dei supporti che possono raggiungere gli agricoltori: «credo che se dovessimo dare a qualcuno due possibilità, costruire la propria casa o avviare la propria attività agricola, chiunque sceglierebbe di costruire la propria casa». In questo senso, «tutto dipende dal sostegno che riceveremo dai donatori internazionali», afferma Salem Darwich. Ma, a causa delle difficoltà che l’Europa e i paesi del Golfo hanno attraversato negli ultimi anni e più recentemente a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, Darwich si dice certo che «la strategia sarà concentrarsi sulla infrastutture e sugli edifici. L’agricoltura avrà un’importanza minore».
Un suolo stanco e contaminato
Aldilà dalle perdite più immediate, a preoccupare i ricercatori sono i danni ambientali a lungo termine. La presenza di residui pericolosi – ordigni inesplosi, rischi di contaminazione dovuti all’uso di fosforo bianco e altri materiali incendiari e metalli pesanti– può rappresentare un ostacolo agli sforzi di tornare al normale ritmo di produzione.
Il fosforo ha uno status particolare nella legge internazionale:non viene direttamente classificato come un’arma chimica proibita, ma come un’arma incendiaria, il cui utilizzo conforme al diritto internazionale dipende dal modo e dal contesto in cui viene utilizzato. In particolare, è necessario valutare se il suo impiego comporti un danno prevedibile alla popolazione civile o all’ambiente.
Gli incendi da fosforo bianco «possono distruggere i materiali organici e gli organismi nel suolo», spiega Hisham Younes. Ciò nonostante, «il fosforo non è un problema», afferma Rami Zurayk, docente di Progettazione del paesaggio e gestione degli ecosistemi all’AUB e membro fondatore del Arab Food Sovereignty Network. «Il fosforo è un nutriente per le piante, che viene assorbito dal suolo. Il problema è che brucia, ma non è così pericoloso quanto viene descritto», elabora il professore Zurayk.
Il professor Abiad conferma questa posizione «il fosforo brucia e il suo fumo causa soffocamento e problemi respiratori alla popolazione locale. Ma a lungo termine non è l’elemento su cui soffermarsi. La presenza del fosforo nel suolo ha una durata tra i 0 e i 5 anni».
Al contrario, a inquietare di più sono i materiali pesanti, che possono rimanere nel suolo anche per più di 50 anni. «Nei più di 500 campioni di suolo prelevati del sud abbiamo potuto confermare la presenza di diversi metalli, tra cui il piombo e il bario, entrambi cancerogeni», spiega il professor Abiad. Abiad spiega che poiché questi elementi non possono venire assorbiti dalle piante, possono finire nella catena alimentare umana. Il professor Zurayk ritiene però che il Libano si trovi in una condizione più favorevole di quello che si pensi: «la capacità del piombo di dissolversi nell’acqua dipende dal pH del terreno. A un pH da neutro a alto, come è il caso del Libano, ha più difficoltà».
Il professor Zurayk presenta una situazione più ottimista anche perché «gli israeliani hanno principalmente distrutto e danneggiato villaggi e città, nelle aree aperte la situazione è abbastanza buona».
Negli stessi campioni il professore Abaid ha rintracciato la presenza di composti tossici ed esplosivi come il tritolo (TNT), la ciclonite (RDX) e ottogene (HMX). «A causa della loro tossicità i lombrichi e i microbi, che contribuiscono alla fertilità del suolo e alla sua aerazione, non si riproducono più». Nel loro caso, il professore Abiad stima che la loro presenze nel terreno persista per almeno cent’anni.
In questo contesto già complicato, si presenta un paradosso quasi ironico, individuato dal professor Abiad. “Molte persone sono passate a un sistema elettrico solare. Per questo, in alcune aree, troviamo nel suolo del piombo e del litio che provengono dalle batterie per questi meccanismi. Questi due elementi dovevano rappresentare delle soluzioni più rispettose dell’ambiente. Ora proprio loro sono diventati la causa di parte dell’inquinamento”.
Un altro punto importante riguarda la composizione del suolo. La sua struttura prevede che ci siano diversi strati in un determinato ordine e ognuno con il proprio ruolo. «Prima si trova lo strato superficiale, poi il sottosuolo e sotto ancora il materiale originario», precisa il professor Abiad. Dallo strato superiore le piante ricavano fertilizzanti e sostanze nutritive, ma «i bombardamenti hanno cambito la disposizione fisica del suolo e il materiale organico non si trova più in superficie. È stato spostato altrove, mescolato con i diversi substrati», prosegue.
Tutti questi effetti rendono il terreno esausto, come lo definisce Hisham Younes, o ne alimentano l’esaurimento «stiamo parlando di campi che sono stati a lungo esposti al fuoco, al fosforo bianco, a diversi metalli pesanti e al glifosato». Ciò che complica la risposta positiva del suolo come anche la sua ripresa.
Il valore di un appezzamento di terra
La devastazione della terra non è obiettivo bellico in sé, ma «la rottura del legame tra la popolazione e la sua terra» sì, secondo Hisham Younes, «credo che questo sia ciò a cui Israele sia mirando», dice. Il professor Zurayk concorda. «L’agricoltura è anche un’attività sociale»”, riflette il professor Zurayk. Secondo lui, non si può considerare l’impatto solo in termini di soldi o di contributo al PIL, perché questo aspetto sociale è collegato alla «capacità di resistere»” di un paese. «In un contesto di guerra, la terra può essere difesa solo da chi ha un senso di radicamento, da chi vive in quelle zone, e per le quali la terra e la sua coltivazione non sono solo un’attività economica», argomenta.
Prova su un foglio a fare dei calcoli per spiegare il suo punto di vista, partendo dal valore dei 500 chilometri quadrati di territorio libanese occupati da Israele. «Supponendo che il prezzo di un metro quadrato sia di 50 dollari la perdita ammonta a 25 miliardi di dollari. Mentre la produttività della terra si misura intorno ai decimi di milione». Il professor Zurayk stima che il rendimento derivante dalla coltivazione di un ettaro di terreno, che si attesta intorno ai mille dollari per ettaro. «500 chilometri quadrati corrispondono a 50.000 ettari. Cioè, se tutto fosse pianificato il valore sale a 50 milioni. Come detto, si tratta di decimi di milioni rispetto al costo di 25 miliardi che comporterebbe la perdita totale del territorio».
Questo calcolo economico è quello che, agli occhi del professore, dimostra che quello che gli israeliani vogliono fare è «distruggere questo legame tra il popolo e la terra». In altre parole Hisham Younes arriva alla stessa conclusione: «più [le forze armate israeliane] riescono a tenere le persone lontane dalla loro terra, più il loro legame con essa, l’affetto che provano per essa, verrà spezzato. La logica, in breve è ‘finché le teniamo lontane, non torneranno». Il professor Abiad propone un paragone con la sequenza di eventi che ha portato alla demarcazione di un confine che divide ancora oggi l’isola di Cipro in due. «[A Cipro] hanno sradicato la resistenza e creato una cosiddetta linea gialla per poi distruggere tutto ciò che si trovava nella zona di confine. Ad oggi a Cipro viene chiamata ‘zona fantasma’. E lo stesso sta succedendo del sud del Libano».
Un futuro lontano
Salem Darwich riferisce che, quando lavorava presso il Ministero dell’Agricoltura, il governo aveva già iniziato a condurre delle valutazioni sulle diverse necessità degli agricoltori per sostenerli con dei bonus. Nel frattempo, però, la situazione è nettamente cambiata «nel 2024, quando gli sfollati sono potuti rientrare, trovavano ancora una base da cui ricominciare. Oggi con villaggi completamente distrutti, che tipo di valutazione di ricostruzione si può pensare di effettuare?», si chiede. Per Younes, la ricostruzione non passa solo dal capire come ripiantare gli alberi, ma comincia dal suolo: «la degradazione dell’habitat significa anche perdere biodiversità. Questo è uno dei punti che spesso non vengono menzionati in rapporti ufficiali».
Per far riprendere un terreno da anni di guerra ci vogliono «il suolo, le specie vegetali ed animali, e l’equilibrio delicato tra di loro» elenca Younes. «La parte difficile da affrontare è la connettività che caratterizza la natura». Per questi, secondo lui, ricostruire è possibile, ma «tornare alla situazione ambientale di riferimento sarebbe davvero difficile e non è un compito facile».
Il professore Abiad mette in evidenza la questione tempo «più si aspetta, più gli impatti saranno persistenti e intensi». Ma anche se la guerra dovesse finire domani, una parte di terreno potrebbe già essere considerata persa a causa dell’alto tasso di contaminazione del suolo. Riguardo invece a quello che può essere bonificato, per lui la lista di azioni da prendere parte dai dati per risanare il terreno, bisogna prima prelevare dei campioni e assicurarsi di trattarlo in base alle sue effettive esigenze. Queste permette, in seguito, di assicurarsi che sia sicuro procedere alla ricostruzione».
Per citare una metafora utilizzata da Salem Darwich stesso «se vuoi far esplodere un palazzo ci vuole pochissimo, se vuoi ricostruirlo ci vogliono almeno molti mesi”.