Sulla sinistra, sulla violenza e sul bisogno di sentirsi dalla parte giusta

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Della sindrome del bravo ragazzo, del monopolio della rispettabilità e di una sinistra che ha imparato a condannare la rabbia prima ancora di comprenderla.

Qualcosa, in Italia, si sta risvegliando. È la coscienza delle classi subalterne, di chi è stato abbandonato a se stesso dopo anni di governo della destra, di chi ha visto le proprie condizioni di vita peggiorare mentre la politica continuava a chiedere sacrifici. È la rabbia degli agricoltori e dei trasportatori, distrutti dal caro carburante e dall’aumento dei costi, di chi lavora e non riesce più a sostenere il prezzo del proprio lavoro. È la rabbia degli studenti e delle studentesse, il cui diritto all’istruzione viene abbattuto dalla precarietà di un sistema austero, impoverito dal caro affitti e trafitto dai tagli. È l’Italia di chi paga le tasse e versa i contributi, ma vede le risorse pubbliche destinate al riarmo, mentre sanità, politiche abitative e welfare continuano a fare i conti con la crisi speculativa ed economica. È l’Italia delle seconde generazioni, di giovani e giovanissimi nati e cresciuti in questo Paese, che qui hanno studiato, costruito relazioni e immaginato il proprio futuro, ma che continuano a vedersi negare il riconoscimento dei propri diritti da una legislazione sulla cittadinanza incapace di accoglierli e di proteggerli. È l’Italia di chi lotta per una Palestina libera, contro l’occupazione e contro il colonialismo in ogni sua forma, e che pretende da questo governo una posizione netta, intransigente, che non subordini il diritto dei popoli all’autodeterminazione alla convenienza di interessi geopolitici.

Questa Italia, che la destra vuole silenziare, c’è, esiste e resiste. Eppure la sinistra non riesce ad abitare il conflitto.

In un momento come questo, il dovere dei media e della comunicazione all’opposizione dovrebbe essere quello di fare da cassa di risonanza alla lotta. La sinistra dovrebbe essere pronta a intrecciare le istanze di chi protesta, ricomponendole in una lettura unitaria, per restituire loro una prospettiva collettiva. E invece un atteggiamento a noi ben noto sta dilagando per il web e per le TV sedicenti progressiste: LA CONDANNA. 

Eccola lì, vestita di bianco, chiamata a scendere in campo proprio quando il gioco si fa duro. Proprio quando questa rabbia trova una voce nelle piazze, proprio quando i ragazzi dimostrano di contare ancora qualcosa in un mondo che sembra scordarsi che anche loro hanno diritto a un futuro. Proprio quando il popolo torna a ricordarci di avere, sì, anche lui, qualcosa da dire, eccola che arriva lei. La condanna, «morale, si intenda, personale, sia chiaro». PERCHÉ LA VIOLENZA SI CONDANNA SEMPRE, NON POCO, NON QUASI. «Ci dissociamo, vostro onore», «sia mai, la violenza è sempre da condannare», e via con i manganelli, e via con le cariche, tanto, in fondo, sono problemi dei poveri, questi. E così la sinistra, anziché incanalare, anziché organizzare, si comporta come se la prima responsabilità politica di una lotta fosse quella di difendere la rispettabilità, l’onore, la moralità.

Una dichiarazione preventiva di innocenza.

Dobbiamo subito chiarire che non siamo come loro, che non approviamo, che ci dissociamo. E mentre cerchiamo le parole giuste per dissociarci, smettiamo di cercare quelle necessarie per capire. La discussione pubblica si sposta dal perché migliaia di persone siano scese in piazza al comportamento di chi, in quella piazza, ha infranto una vetrina, imbrattato un muro o cercato uno scontro. Il gesto diventa il fatto politico. E tutto quello che lo precede scompare.

Noi puntiamo la Luna e voi guardate le dita.

È questo il punto. Mentre noi proviamo a indicare la violenza di un sistema che sfratta le persone, reprime e delegittima chi si mobilita, silenzia chi occupa le università con le tende per denunciare il caro affitti, abbandona chi è povero, chi migra, chi lavora e non riesce più a vivere del proprio lavoro, voi continuate a guardare le dita. Le vetrine rotte, le camionette in fiamme, le immagini da condannare, le parole da cui dissociarsi. 

E davvero vogliamo fermarci qui? Davvero, davanti a tutto questo, il compito della sinistra è denunciare i danni alle vetrine e chiedere scusa per le camionette incendiate? 

Il governo può esercitare la propria violenza materiale e politica sulle vite delle persone, ma la nostra emergenza diventa quella di prendere le distanze da chi reagisce. È un capovolgimento delle priorità che non possiamo più permetterci. Non perché ogni gesto sia giustificabile, ma perché nessuna condanna può sostituire l’analisi delle condizioni che hanno generato il conflitto. E soprattutto perché, se smettiamo di guardare la Luna per discutere delle dita, finiamo per fare esattamente il gioco di chi vorrebbe che di quelle condizioni non si parlasse affatto.

Non è un caso che questa dinamica trovi terreno fertile proprio in quegli ambienti progressisti che hanno fatto della correttezza del linguaggio, della moderazione dei toni e della rispettabilità pubblica una misura della propria superiorità morale.

LA CONDANNA E LA RIVENDICAZIONE

Questa postura ha una storia e una cultura. È la sindrome del bravo ragazzo: l’idea che, per essere ascoltati, occorra prima dimostrare di non costituire una minaccia. Che per contestare l’ordine sia necessario rassicurare l’ordine stesso. Che la prima preoccupazione di chi scende in piazza debba essere quella di non compromettere la propria rispettabilità.

I giovani che piacciono in Italia sono i giovani che non disturbano, che non fanno rumore, che parlano di arte e letteratura con la cravatta, magari raccontando una bella storia su un coming out rinnegato. È la sinistra di Fabio Fazio, gentile con tutti, scontroso con nessuno. È la sinistra di Massimo Recalcati, cattolico, psicanalista, pacifista, che ci tiene a rassicurarci con un suo post su Instagram che si dissocia da quanto successo a Milano: fatti gravissimi, quiete urbana disturbata, attività di scrittura interrotta dalle sirene.

A tutto questo dissociarsi, allora, è il momento di contrapporre la capacità politica della RIVENDICAZIONE. Non abbiamo bisogno di giustificarci. Non abbiamo bisogno di chiedere scusa. Abbiamo bisogno di abbracciare le lotte e di farle nostre.   

Siamo stanchi di dover accompagnare ogni rivendicazione con una dichiarazione di buone intenzioni, ogni conflitto con una precisazione, ogni manifestazione con un comunicato che rassicuri il pubblico sul fatto che, in fondo, siamo persone perbene.

Walter Benjamin, nel saggio Per la critica della violenza del 1921, mette in discussione proprio la presunta neutralità del diritto. La legge non si limita a contenere la violenza: intrattiene con essa un rapporto originario, perché la forza è presente tanto nella fondazione di un ordine giuridico quanto nella sua conservazione. Questo non significa che ogni atto di violenza contro quell’ordine sia giusto, né che qualsiasi gesto di rottura possieda, per il solo fatto di essere tale, un valore emancipatorio. Significa, piuttosto, che non possiamo assumere l’ordine esistente come misura indiscutibile della giustizia, né giudicare il conflitto soltanto a partire dalla sua capacità di rispettare le regole che quell’ordine ha stabilito.

Il conflitto politico non nasce per rassicurare chi detiene il potere. Nasce perché esiste una frattura, perché qualcuno non accetta più le condizioni nelle quali è costretto a vivere, perché le forme ordinarie della mediazione non sono riuscite a produrre una risposta. La piazza, quando diventa luogo di conflitto, non è una cerimonia di buone maniere. È lo spazio in cui una parte della società rende visibile ciò che il funzionamento ordinario delle istituzioni tende a lasciare ai margini.

Riconoscere questo non significa attribuire automaticamente legittimità a qualsiasi azione. Significa, piuttosto, rifiutare l’idea che la portata politica di una mobilitazione possa essere ridotta alla condotta morale di ogni partecipante, o che una sua degenerazione eventuale cancelli le ragioni che l’hanno mossa.

Autore

Maria Chiara Cicolani

Maria Chiara Cicolani

Vice Direttrice

Mi sono laureata in Filosofia a Roma. Ho vissuto per un po’ tra i fiordi norvegesi di Bergen e prima di questa esperienza mi reputavo meteoropatica, ora non più. Mi piace la montagna, ma un po’ anche il mare. Il mio romanzo preferito è il Manifesto del Partito Comunista e amo raccontare le storie.

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