Il caso de Les Rencontres de la photographie ad Arles

Les Rencontres de la photographie è un festival di fotografia internazionale che si svolge ogni anno per circa tre mesi ad Arles, giunto alla sua 57esima edizione. La peculiarità del festival consiste nel coinvolgimento attivo dell’intera città, grazie ad una fitta rete di mostre fotografiche ed eventi che si tengono negli spazi più disparati: chiese, ex spazi industriali, scuole, supermercati… Appena giunti in biglietteria infatti, si viene dotati di una cartina (e di un’applicazione da scaricare) con la quale è possibile orientarsi in città e scoprire i diversi luoghi in cui si tengono le esposizioni.
Questo modello di festival diffuso ha indubbiamente la capacità di valorizzare la città intera, generando posti di lavoro, amplificando il turismo culturale e riutilizzando spazi in disuso. Allo stesso tempo, esacerba le ineguaglianze socio-spaziali, produce impatto ambientale in un’area delicata come quella del Rodano e aumenta il turismo di massa. La recente moltiplicazione di festival strettamente legati al tessuto e all’economia cittadine ha spinto alla creazione del termine “festivalizzazione” (festivalization): il fenomeno definisce la tendenza contemporanea delle amministrazioni cittadine a sviluppare strategicamente festival ed eventi culturali per rafforzare la reputazione del territorio, generare crescita economica e visibilità.
In questo articolo, partendo dal caso di Les Rencontres de la photographie, analizzeremo l’impatto dei festival diffusi.

Tra fotografia e gentrificazione: i principali problemi derivati dal festival
Il tema principale generato dal festival è la proliferazione del turismo e alla conseguente gentrificazione. Un festival diffuso crea, per definizione, turismo capillare che genera un impatto economico positivo per hotel, b&b, ristoranti e trasporti. Ad Arles questo effetto collaterale è evidente: le location del festival sono tantissime e situate in diversi punti della città, costringendo i visitatori a spostarsi e scoprire nuove attività commerciali, bar e ristoranti. In una città il cui centro storico è concentrato, il beneficio del turismo prodotto dal festival risulta tangibile. Il festival genera anche numerosi posti di lavoro, coinvolgendo attivamente la cittadinanza e soprattutto i cittadini più vulnerabili e lontani dal mercato del lavoro, come sottolineato nel manifesto “the rencontres d’arles a socially responsible and solidarity-based festival”.
Tuttavia, questo l’impatto del festival sulla città può anche essere negativo: i posti di lavoro generati dal festival sono precari e stagionali, e non garantiscono autonomia e continuità ai lavoratori; l’effetto dell’aumento dei prezzi a causa del turismo si ripercuote anche sui residenti; la gentrificazione rende più difficile trovare case a prezzi accessibili e svuota interi quartieri. Proprio quest’ultimo punto, la gentrificazione, è al centro della maggior parte dei dibattiti: nel centro storico di Arles, si contano oltre 1.200 alloggi turistici (AirDNA) a fronte di un quartiere che, secondo il censimento del 2006, conta circa 2.600 abitanti. Per questo motivo, il governo francese e il comune di Arles hanno implementato alcune regolazioni per favorire gli affitti a lungo termine e scoraggiare quelli brevi (come tasse sulle case vuote, numero massimo di notti disponibili per l’affitto ecc.).
Il caso de La Roquette

La gentrificazione è anche problema di natura sociale, oltre che urbanistico. Se da un lato i festival generano forte orgoglio identitario nella comunità che li ospita, dall’altro rischiano di essere percepiti come “imposti” ed “invasivi”, ai danni della comunità locale. Ad Arles, questo è il caso paradossale del quartiere La Roquette, il più antico quartiere della città che da sempre ospita comunità migranti. Secondo alcuni dati del 2024, nel quartiere ci sono circa 220 case per affitti brevi, a fronte di un quartiere che ospita meno di 2.500 abitanti. A causa dell’aumento dei prezzi, tanti residenti hanno dovuto lasciare La Roquette. Allo stesso tempo, le botteghe essenziali per i residenti del quartiere (soprattutto anziani), rischiano di dover cedere l’attività lasciando spazio a boutique di lusso per i turisti.
Per questo, i collettivi di quartiere come La Clash si sono formati per contrastare questo fenomeno, denunciando gli eccessi del festival e della fondazione LUMA, inaugurata nel 2021 in città e anch’essa dedicata all’arte contemporanea. I collettivi protestano attraverso l’affissione di poster e la realizzazione di graffiti, ma anche grazie ad azioni di protesta come l’esecuzione di canzoni-parodia del festival durante la settimana di apertura. Il loro obiettivo è ricordare ai turisti che le case che stanno affittando appartenevano ai residenti del quartiere, che ne sono stati espulsi. Allo stesso tempo, l’Association des Habitants de la Roquette cerca di tracciare i b&b abusivi e mediare tra i residenti e la municipalità. Aumentano quindi le tensioni sociali e le diseguaglianze economiche.
Quello de La Roquette è un paradosso, come già accennato, per un festival che tratta apertamente temi sociali. Quest’anno il filo conduttore delle esposizioni è “Mondi da rileggere”, con una particolare attenzione ai temi del colonialismo, delle realtà marginate e delle prospettive non-eurocentriche. Risulta quindi incoerente che il festival stesso, mentre affronta queste tematiche, finisca per marginalizzare comunità migranti che vivono nel centro città.
Come si realizza un festival per la comunità?
Nella recente pubblicazione Festivalization of Cities: Arts-led Urban Branding and Social Impacts (2026) viene sottolineato che “anche se i festival possono essere usati per migliorare l’economia di una città, possono anche diminuire la capacità di una comunità di partecipare a pieno e plasmarne la personalità”. L’equilibrio che sostiene i festival è fragile, e dipende tutto dalla loro capacità di coinvolgere le comunità locali e rispondere alle esigenze concrete dei cittadini; non solo dei turisti. In questo senso Les Rencontres de la photographie, oltre a presentare un’offerta culturale di qualità, anima la città con talks, eventi, serate e musica che coinvolgono la comunità locale. L’aspetto più interessante del festival sembra essere proprio nella socialità che ne deriva, dai talk sulla fotografia alle serate di musica tekno. Le sfide che si trova ad affrontare, perciò, non riguardano la qualità artistica dei progetti, ma la sua capacità di ascoltare e rispondere ai bisogni della comunità che lo ospita e gli permette di vivere ogni anno.
Se la direzione artistica di un festival come questo sceglie di farsi paladina di determinate tematiche sociali, come la decolonizzazione, l’inclusione sociale e l’ascolto delle comunità marginalizzate, è il minimo aspettarsi che queste stesse tematiche si riflettano anche nelle scelte amministrative ed organizzative, in collaborazione con le amministrazioni locali e nazionali.
Autore
Romana naturalizzata milanese, attualmente trapiantata in Olanda. Leggo e scrivo (tanto) e parlo (troppo) per lo più di come l'arte possa essere uno strumento per costruire una società più giusta. Femminista arrabbiata, ma anche astrologa (praticamente tutto ciò che gli uomini etero odiano, ho anche la frangia)