A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta molti paesi sudamericani soffrirono un violento arresto della vita democratica. Complici il disordine mondiale, le lotte interne ai partiti, le rivendicazioni operaie e gli Stati Uniti: le notizie sui golpes continui erano all’ordine del giorno.
Il 24 marzo 2026 molte piazze argentine si sono riempite per commemorare i cinquant’anni dall’inizio del capitolo più sanguinoso della storia del paese. In questo giorno, nel 1976, una giunta militare (che arrivò a contare dodici membri) prese il potere, sciogliendo il Congresso della Nazione e tutte le legislature provinciali democraticamente elette. Il passo successivo, come prevedibile, fu la messa al bando di qualsiasi attività politica, partitica e sindacale, a livello nazionale, provinciale e municipale.
Iniziarono, in questo modo, anni di terrore e persecuzione. Ne abbiamo parlato con Alejandra Gómez, coordinatrice generale del Programa de Derechos Humanos dell’Universidad Nacional de Córdoba. Istituito nella Facultad de Ciencias de la Comunicación, il programma è stato avviato nel 2023 per istituzionalizzare le politiche sulla memoria della facoltà. Creata nel 1972 con il nome di Escuela de Ciencias de la Información, avrebbe dovuto formare giornalisti e specialisti dell’informazione. Tuttavia, il tempismo non fu propizio. A pochi anni dalla sua apertura, la facoltà fu duramente colpita dalla persecuzione della dittatura, a causa della sua vocazione alla resistenza e alla militanza. Il terrorismo di stato colpi 55 studenti dell’Escuela e Ciencias de la Información, tra assasinati e desaparecidos. Entrando nell’androne della facoltà, i volti di 55 ragazzi e ragazze sorridono dalle pareti. Le foto in bianco e nero mostrano volti giovani, le date di morte parlano di vite stroncate.
“In Argentina la dittatura assassina e fa scomparire più di 30.000 persone che erano padri, madri, fratelli, figli, lasciando un danno irreparabile alla nostra società. Gli organismi per i diritti umani hanno lottato fin dal primo giorno chiedendo giustizia” ci racconta Alejandra. E in effetti, in questi cinquant’anni sono stati condannati 1200 genocidi, durante più di 250 processi per delitti di Lesa Umanità. Tra le scoperte emerse durante questo iter giudiziario, non ancora concluso, c’è l’individuazione di 800 centro clandestini di tortura e sterminio, sparsi per l’intero territorio argentino. Ciò ha permesso di dare una dimensione alla magnitudine del genocidio attuato dalla dittatura. Tutto ciò è accaduto attraverso il sistema democratico, in cui la lotta è stata portata avanti sotto il segno della giustizia.
II vuoto lasciato da 30.000 cittadini scomparsi è un’ombra che si staglia ancora oggi nella memoria collettiva del paese, un trauma collettivo da cui è difficile riprendersi. Questo tipo di violenza statale, secondo alcuni versi, è quasi peggio dell’uccisione. La mancanza di un luogo dove piangere la scomparsa, l’incertezza effettiva sulla morte sospendono il processo del lutto, sostituito da una dolorosa assenza fatta di dubbi e domande. E se gli uomini e le donne non fossero mai esistiti? Ciò di cui sono stati privati i desaparecidos, oltre alla vita, è il diritto all’identità. Di fronte a questa violenza, le donne argentine non hanno mai smesso di chiedere il ricongiungimento con le proprie famiglie. Radunate a Plaza de Mayo, las Abuelas e las madres (definite poi de Mayo) sono diventate un grande simbolo di resistenza, con i loro pañuelos bianchi. Nella più sanguinosa dittatura, hanno bussato alle porte di caserme, prigioni, commissariati, ospedali, chiese per cercare i propri figli e figlie e, in un secondo momento, i nipoti che erano nati in cattività.
Tra le altre violenze, infatti, c’è stato il sequestro di piu di 400 bambini, spesso assegnati a famiglie complici della dittatura. La determinazione de las Abuelas, tuttavia, ha fatto si che piu di 140 nipoti si ricongiungessero con le loro vere famiglie – e, quindi, con le loro vere identita. Le nonne affermano che la lotta proseguira fino a quando non li ritroveranno tutti.
Anche l’attività universitaria intende creare un ponte di memoria con il passato. Nelle date significative si organizzano mostre, proiezioni, presentazioni di libri, convocatorie e conferenze, insieme a organizzazioni, familiari e altri organismi di diritti umani. “Una delle prime cose che abbiamo proposto di fare è stata la ricerca dei fascicoli degli studenti, insegnanti e non insegnanti scomparsi e uccisi dal terrorismo di stato, per poi restituirli ai familiari come atto riparatore. La ricerca dei fascicoli è stata uno dei primi compiti che abbiamo pensato quando abbiamo creato il Programma per i diritti umani.
Dal 1983, anno delle nuove elezioni democratiche, le istituzioni argentine non hanno subito nuove interruzioni. Da quando Javier Milei è al governo, però, la memoria della dittatura viene costantemente negata, ritrattata e ridimensionata. Il presidente, per esempio, ribatte spesso sul numero di desaparecidos, sostenendo che le forze di sinistra tendono a gonfiare il numero. Secondo l’Osservatorio sull’opinione pubblica Zuban Córdoba & Asociados, infatti, sebbene la maggior parte della popolazione consideri la dittatura come un periodo di violazione dei diritti umani, le percentuali si fanno più basse tra gli elettori di Milei (56,8%) rispetto a quelli di Sergio Massa, candidato di orientamento peronista (86,4%). Dati simili si registrano per l’importanza attribuita alla salvaguardia della memoria: attorno al 61,2% tra gli elettori del primo, 90,6% per il secondo.
L’espressione di Alejandra si fa arrabbiata: “Negli ultimi anni, sono apparsi sulla scena pubblica discorsi negazionisti sul genocidio nel nostro paese, insieme a discorsi anti-diritti. Dopo aver pensato che certe discussioni erano già state superate, ci rendiamo conto come società che la memoria deve essere esercitata quotidianamente, non bisogna smettere di praticarla perché questa dimenticanza ci porta a commettere gli stessi errori del passato”. Riprendendo un’espressione di speranza, tipica di chi è abituato a lottare, continua: “Questa cifra rotonda, però, ha abilitato rievocazioni, omaggi, esercizi di memoria in diversi luoghi del paese. con un solo obiettivo: non dimenticare il passato, così che non succeda di nuovo”.
E una dinamica che in Italia risuona molto: la criminalizzazione della Resistenza, l’attacco al concetto di antifascismo, la ritrattazione sui meriti della dittatura. Ciò che fa arrabbiare, tuttavia, è forse anche ciò che continua a riempire le piazze a cinquant’anni di distanza: il tentativo di delegittimazione della lotta per la memoria. Sotto il motto di Memoria por la Verdad y la Justicia, i manifestanti argentini gridano: “¡Más que nunca, nunca más!”.