Sarah Everard è il simbolo di tutte le donne che si sentono insicure camminando per strada

Il caso di Sarah Everard sta sconvolgendo non solo il Regno Unito, ma tutto il mondo. Le proteste in Inghilterra si moltiplicano giorno dopo giorno e siamo di fronte, ancora una volta, ad un drammatico caso di femminicidio che porta con sé una sola, rabbiosa, difficile domanda. Una domanda che non ha Paese e che viaggia veloce in tutte le lingue del mondo: perché?

Sarah Everard ha 33 anni ed è la direttrice di marketing in un’agenzia di media digitali. Vive nel South London, ha un fidanzato e la sua vita scorre come quella di tutti noi: si diploma, poi si laurea alla Durham University, con specializzazione in geografia umana. Il 3 marzo esce per andare a trovare un amico: vuole passare una serata in compagnia. Durante il tragitto chiama il fidanzato, chiacchierano del più e del meno. È una chiamata che chi nel mondo appartiene a quella fetta di popolazione definita “genere femminile” non può non essersi ritrovata a fare. Sono telefonate che le donne conoscono bene, spesso avvengono nelle vie più buie dei nostri quartieri, quelle dove una volta un uomo che portava fuori il cane ci ha fischiato, o dove un ragazzo ci ha chiesto insistentemente una sigaretta proponendoci di fumare insieme. Quando arriviamo sotto casa tiriamo un sospiro di sollievo. Ma questa volta, la telefonata che riceve il ragazzo di Sarah è diversa da tutte le altre, è speciale e terrificante: è l’ultima volta che sentirà la voce della ragazza. Alle ore 21:30 Sarah scompare. È proprio il suo compagno, il giorno seguente, a denunciare la scomparsa. Dopo alcuni giorni di ricerca, il 10 marzo 2021, il corpo di Sarah, privo di vita, viene trovato in un bosco nei pressi di Ashford, nel Kent. Nel frattempo, l’agente del Metropolitan Police Service di Londra Wayne Couzens viene arrestato con l’accusa di rapimento ed omicidio. Il vicecommissario di Scotland Yard, Ephgrave, è il primo a dichiarare il suo disappunto: «Il fatto che a essere stato arrestato sia un ufficiale di polizia metropolitana in servizio è scioccante e profondamente inquietante».

Nonostante a Sarah sia stato tolto il diritto alla vita, la sua voce trova nuovi corpi per potersi esprimere, si incarna e si unisce alla voce di centinaia, migliaia di persone, che scendono per le strade a protestare, dapprima in Inghilterra, poi in tutt’Europa. Tre giorni dopo l’omicidio, il 13 Marzo, nel parco di Clapham Common (il luogo dove si presume sia stata rapita la donna), una veglia raccoglie già moltissime adesioni, soprattutto donne, ragazze che si sono ritrovate nella situazione di Sarah, spaventate da un uomo che le seguiva di notte cercando di tornare a casa e che ora si chiedono “sono stata solo fortunata che non sia mai successo a me?”, “quante volte ancora potrò scamparla?”.

Durante la veglia, le forze di polizia intervengono per disperdere la folla in protesta e spintonano, buttando a terra, molte manifestanti. Caso eclatante, quello della ventottenne Patsy Stevenson che, con l’accusa di non aver rispettato la normativa anti Covid-19, viene spinta contro l’asfalto e ammanettata, quindi arrestata. In tutto saranno 4 gli arresti e numerose le multe. Il giorno seguente un corteo di più di mille persone marcia in segno di protesta da New Scotland Yard fino a Parliament Square.

Il caso di Sarah spinge molte donne a farsi avanti, a dichiarare di essere state vittime di molestia verbale o fisica: in Inghilterra il 97% delle donne dice di essersi sentita, almeno una volta nella vita, sexually harassed. È un nuovo #metoo movement, ma questa volta fatto di volti, di persone in carne e ossa, con le fiaccole in mano, che si incontrano e si guardano negli occhi.

Sarah non è stata uccisa da quello che è “solo” un uomo, ma è stata uccisa da un simbolo: un poliziotto. Si tratta, dunque, di un episodio di violenza di genere che interseca la questione degli abusi sistematici sulla popolazione civile da parte delle forze dell’ordine, spesso protette dall’impunità garantita dai sistemi legislativi vigenti. Colui che avrebbe dovuto proteggere Sarah in caso di pericolo, si trasforma in carnefice. La divisa della polizia si macchia di rosso, ma di rosso si macchiano anche le mani delle istituzioni democratiche, colpevoli di non prendere abbastanza sul serio la violenza di genere, in Inghilterra come in Italia, dove 6.788.000 donne dichiarano di aver subìto una qualche forma di violenza e il 36,6% non esce di notte, perché terrorizzata dall’idea di trovarsi difronte ad un Wayne Couzens.

Che cosa potrebbero fare, allora, i nostri governi per sconfiggere quella che a tutti gli effetti sembra essere una vera violenza di massa? Sicuramente la risposta deve partire dalla rieducazione del genere maschile. L’ideale dell’uomo che dispone della donna a suo piacimento è ancora uno stigma molto forte nella nostra società, che deve essere combattuto con tutti i mezzi a disposizione: scuola, istruzione, campagne di sensibilizzazione, politica, sistema giuridico. È la maggior parte degli uomini, non solo poliziotti, a dover cambiare, poiché spesso responsabili, direttamente o indirettamente, del perpetuarsi di una cultura che normalizza il sentimento di assoggettamento femminile. Violenza è una frase, un fischio, una parola detta “per sbaglio”, una strada non sicura, ogni strada non sicura.

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