35 anni fa iniziava il Maxiprocesso di Palermo

Raccontano che il 10 febbraio 1986 a Palermo c’era un’atmosfera surreale. Un cielo grigio, un silenzio carico di tensione, interrotto solo dalle decine di mezzi delle forze dell’ordine e dell’esercito che facevano sembrare che la città fosse sotto stato d’assedio. Per capire le proporzioni di tale processo basta dare un rapido sguardo ai numeri: all’interno dell’aula c’erano 900 persone tra testimoni e parti lese, circa 200 avvocati difensori, 475 imputati e circa 600 giornalisti arrivati da ogni parte del mondo; in più, a proteggere la zona, c’erano 3000 agenti.

L’area che dovevano presidiare era stata costruita ad hoc per ospitare il processo. Si trattava dell’aula bunker, realizzata a fianco del carcere dell’Ucciardone, di forma ottagonale e di colore verde, che presto la stampa rinominò «l’astronave verde».

Falcone e Borsellino avevano insistito molto per far sì che tale processo si tenesse a Palermo. Per la prima volta, in questa occasione, solo la semplice appartenenza a Cosa Nostra costituiva reato, a differenza dei processi di Catanzaro ’68 e Bari ’69, che si risolsero in un nulla di fatto.

La situazione a Palermo agli inizi degli anni ’80 era però molto differente: tra il 1981 e il 1984 la Seconda guerra di mafia aveva causato circa 600 morti. Questa volta, i giudici, avevano materiale di straordinaria importanza in mano. E proveniva direttamente dalle confessioni di un pentito eccellente.

Un pentito col passaporto brasiliano

Nel 1981, all’alba della Seconda guerra di mafia, Buscetta non prese parte al conflitto e ritornò in Brasile. Ma Buscetta era legato alla fazione che poi sarebbe risultata perdente: era amico di Inzerillo e Bontade, entrambi ammazzati da Riina e dal clan vincitore, ovvero quello dei corleonesi. Riina decise quindi, non potendo uccidere don Masino che si trovava in Brasile, di sterminare la sua famiglia.

Era il 1984 quando, estradato in Italia dopo che le autorità brasiliane lo avevano arrestato, decise di rivelare al giudice Falcone tutta la struttura di Cosa Nostra. Raccontano che quando all’avvocato Agnelli riportarono la passione di Buscetta per la Juventus, egli rispose «se lo incontrate ditegli che è la sola cosa di cui non potrà pentirsi».

Le sue dichiarazioni furono il perno sul quale si articolò l’accusa del maxiprocesso. Va sottolineato come il meccanismo psicologico che portò Buscetta a convincersi che il pentimento fosse la via più idonea, non fu privo di contrasti: per evitare il rientro in Italia, infatti, don Masino aveva provato addirittura a suicidarsi con la stricnina. E tuttavia, dopo aver perso undici parenti in quella guerra spietata, si convinse che parlare con i giudici fosse il modo più feroce per vendicarsi.

Le sue rivelazioni, che costruirono il quadro dell’accusa, non furono le uniche. Va ricordato infatti anche il "rapporto dei 162", stilato da Ninni Cassarà, che però non poté mai vedere i frutti del suo lavoro: fu trucidato sotto casa sua nell’agosto del 1985.

L'arrivo di Buscetta in Italia

Il blitz di San Michele e l’arresto di Michele Greco

Le rivelazioni di Buscetta iniziarono ad offrire riscontri. La notte tra il 28 e il 29 settembre del 1984, ovvero il giorno di San Michele, furono spiccati 366 ordini di custodia cautelare. A questi dati vanno poi aggiunte le dichiarazioni del mafioso Salvatore Totuccio Contorno, che, seguendo l’esempio di Buscetta, offrì a Falcone materiale per produrre altri 127 mandati di cattura e decine di arresti. Questo diede l’avvio al maxiprocesso, in quanto il blitz di San Michele costituiva una delle più grandi operazioni antimafia mai realizzate.

Al febbraio 1986 risale un altro episodio utile a inquadrare i fatti che portarono alla composizione del maxiprocesso di Palermo: venne arrestato Michele Greco, soprannominato ‘u papa per la sua abilità nel mediare con le varie famiglie mafiose. Si pensi che il suo nome era presente in quasi tutte le novemila pagine della sentenza di rinvio a giudizio. Con Greco in carcere, il maxiprocesso poteva cominciare davvero.

I fascicoli del Maxiprocesso

La sentenza

Così il processo era iniziato. A presiedere la corte c’era il giudice Alfonso Giordano e, come giudice a latere, c’era Pietro Grasso. Tra gli imputati seduti dietro le sbarre, solo per citare i più famosi, c’erano Pippo Calò – autore di un celeberrimo confronto con Buscetta – ma anche Michele Greco e Luciano Liggio. Tra i contumaci, volti ancor più noti: Riina, Provenzano, Bagarella.

Dal momento che per molti imputati la custodia cautelare scadeva l’8 novembre 1987, si doveva finire necessariamente entro quella data. La sentenza arrivò il 16 dicembre ed fu in linea con le proporzioni di questo processo: 19 ergastoli, 346 condannati, 114 assolti e pene detentive per un totale di 2665 anni. Maxicondanne, insomma, come titolava Il giornale di Sicilia. Uno straordinario colpo inflitto al cuore dell’organizzazione. E sull’eredità culturale che ha lasciato questo maxiprocesso, ci affidiamo, in conclusione, alle parole di Paolo Borsellino:

[…]queste indagini hanno rappresentato un punto di non ritorno dal punto di vista proprio culturale, delle conoscenze in genere su questo fenomeno mafioso. In quanto che, se noi ci riportiamo all’epoca immediatamente precedente all’inizio del maxiprocesso, […] ricorderemo facilmente che allora era addirittura messa in dubbio ufficialmente l’esistenza stessa del fenomeno mafioso come elemento tipico della criminalità organizzata […]. Particolarmente ricordo l’età mia scolastica in cui si oscillava nelle conoscenze o nelle informazioni tra un fenomeno che non esisteva, cioè era una calunnia, e un fenomeno che, se esisteva, era un fenomeno positivo.
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