Sentirsi amati è una necessità biologica

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Negli ultimi giorni il web si è commosso per la storia di Punch, un macaco di sette mesi che vive nello zoo di Ishikawa in Giappone. Punch ha avuto difficoltà a socializzare con gli altri esemplari: abbandonato dalla madre, incapace di integrarsi pienamente e cacciato attivamente dal gruppo. L’unica forma di conforto che ha trovato è stata una piccola scimmia di pezza, a cui si aggrappa per dormire e calmarsi. Quelle immagini hanno suscitato emozione in milioni di persone. Ma al di là della tenerezza, la storia di Punch ci invita a riflettere sull’importanza di essere amati.

In un mondo precario e in costante cambiamento, i meccanismi di risposta allo stress rappresentano una forma di apprendimento adattivo. I problemi emergono quando, dopo essere stati esposti a elevati livelli di stress nelle fasi dello sviluppo, ci si ritrova in età adulta in un ambiente diverso da quello a cui il corpo aveva imparato ad adattarsi.

L’esposizione allo stress precoce (conosciuto nella letteratura scientifica come Early Life Stress, ELS) induce cambiamenti sistematici nel metabolismo, nella crescita e nello sviluppo degli organi attraverso diverse vie biologiche. Lo stress ha almeno due componenti, una positiva e una positiva: se, da un lato, la risposta allo stress ci permette di reagire e sopravvivere in condizioni di emergenza, l’esposizione allo stress cronico prolungato nel tempo può diventare un fattore di rischio per lo sviluppo di varie patologie, tra cui ipertensione e ansia. Un’alterata esposizione allo stress si traduce in livelli basali più elevati di glucocorticoidi (come il cortisolo), in una risposta più intensa agli eventi stressanti e in un recupero più lento dopo l’esposizione a uno stressor.

Sebbene possa sembrare strano, il mondo scientifico ha a lungo dubitato dell’importanza biologica dell’essere amati. Per gran parte del ventesimo secolo, il campo dell’assistenza all’infanzia è stato dominato da teorie e pratiche che escludevano completamente il comportamento affettivo della madre nei confronti del neonato.

Il “padre” della pediatria americana, L. Emmett Holt, scrisse nel 1894 un libro destinato a influenzare la cura dell’infanzia per decenni, arrivando alla sua 75ª edizione: The Care and Feeding of Children. A Catechism for the Use of Mothers and Children’s Nurses. Si trattava di un testo di facile consultazione per le madri, strutturato come una serie di domande sulla pratica dell’accudimento dei bambini con risposte definitive. Per esempio: “I lattanti che sono naturalmente nervosi dovrebbero essere lasciati molto soli, dovrebbero vedere poche persone, dovrebbero essere poco stimolati e non dovrebbero mai essere calmati con sciroppi sedativi o con il succhiotto”.

Questa visione dell’educazione infantile, che escludeva l’affetto come elemento centrale dello sviluppo nei primi anni di vita, fu pienamente accolta da un nuovo modo di interpretare il comportamento umano e animale: il comportamentismo, e dal suo fondatore, John B. Watson. Watson scrisse Psychological Care of the Infant and Child come integrazione esplicita al lavoro di Holt, focalizzato sulla cura fisica del neonato, proponendo una “cura psicologica” basata sui principi del comportamentismo.

La sua posizione era ancora più radicale: “Non esiste un amore istintivo del bambino per i genitori, né per qualsiasi altra persona o oggetto. Ciò significa che ogni forma di affetto, sia quello dei genitori verso il figlio, sia quello del figlio verso i genitori, o l’amore tra i sessi […] cresce nei bambini esattamente come le paure. Gli amori sono costruiti in casa. In altre parole, gli amori sono condizionati”.

Queste idee furono rivoluzionate dagli esperimenti condotti negli anni ’50 da Harry Harlow, che cercò di analizzare la natura della relazione madre-figlio e rifiutò la visione comportamentista dell’amore come semplice prodotto del condizionamento. Harlow allevò cuccioli di macaco separati dalla propria madre ed espose loro due “madri artificiali”: una con testa di legno e busto di filo metallico dotato di un biberon di latte; l’altra priva di qualsiasi fonte di nutrimento ma con il busto rivestito di stoffa, simile al pelo materno.

Harlow dimostrò che i piccoli sceglievano preferenzialmente la madre di stoffa nonostante l’assenza di nutrimento. Nelle sue parole: “L’uomo non può vivere di solo latte. L’amore è un’emozione che non ha bisogno di essere nutrita con il biberon o con il cucchiaio”.

Gli effetti specifici dell’esposizione allo stress precoce e la loro entità negli esseri umani non erano ancora noti quando Harlow condusse i suoi esperimenti. Tuttavia, negli stessi anni, eventi storici crearono condizioni che esposero centinaia di migliaia di bambini a situazioni simili a quelle indotte sperimentalmente nei macachi e a quelle per cui ci siamo commossi di fronte ai video di Punch.

Nel 1966 Nicolae Ceaușescu, leader comunista della Repubblica Socialista di Romania, firmò il Decreto 770, una delle politiche anti-aborto più coercitive dell’epoca. Questo decreto segnò l’inizio di un periodo ventennale noto come “regime pronatalista”, protrattosi fino alla morte di Ceaușescu nel 1989, caratterizzato da strategie governative volte ad aumentare la forza lavoro per risollevare la disperata economia rumena.

In quegli stessi anni furono vietati i contraccettivi, ostacolate le procedure di divorzio, tassate le coppie senza figli e costruito un nuovo modello di assistenza all’infanzia, separato dalla famiglia, nel quale lo Stato si assumeva la responsabilità delle necessità di sviluppo dei bambini.

Nel primo anno successivo al Decreto 770, il tasso di fertilità in Romania passò da 1,9 a 3,4. Migliaia di bambini nacquero in famiglie impoverite che non potevano permettersi di crescerli. Molte famiglie decisero di affidare i propri figli agli istituti statali, con l’intenzione di riprenderli una volta che fossero diventati essi stessi una fonte di lavoro. Migliaia di neonati divennero così orfani sociali: avevano ancora i genitori, ma vivevano e crescevano, negli anni più sensibili della loro vita, in istituzioni statali.

Queste strutture erano sottofinanziate e sovraffollate, con pochissimi caregiver privi di formazione formale. Numerosi studi longitudinali hanno seguito questi bambini nel corso della loro vita, anche dopo l’adozione all’estero. Sono stati riscontrati gravi deficit strutturali e funzionali in molteplici domini del funzionamento cognitivo e socio-emotivo, nonché alterazioni morfologiche, biologiche ed elettrofisiologiche.

Questi studi hanno fornito abbondanti evidenze dell’influenza determinante di un ambiente di cura, o al contrario stressante, nel modellare una migliore o peggiore salute mentale e fisica nel corso della vita.

Ma come è possibile che l’esposizione allo stress precoce possa indurre degli effetti così duraturi nel tempo, capaci addirittura di impattare sulla salute psicofisica dei bambini?

Questa domanda ha trovato una risposta parziale in alcuni studi preclinici sui topini. Gli esperimenti hanno mostrato che i pups (cioè i piccoli di topo) che ricevevano ridotta cura materna nelle prime fasi di vita non solo sviluppavano da adulti le suddette alterazioni psicofisiche, ma addirittura tendevano a diventare low-caring mothers, cioè madri che a loro volta tendevano a trascurare i loro figli. Questo ha fatto pensare che ci fosse una componente epigenetica (cioè che andasse oltre alla sequenza di geni nel nostro DNA) ma comunque “tramandabile” nella risposta allo stress e, più in generale, nell’effetto dell’ambiente durante le prime fasi di vita di un essere vivente. 

La storia di Punch, il macaco che trova conforto in una scimmia di pezza, diventa allora più di un episodio virale. È il promemoria visibile e immediato di ciò che la ricerca scientifica ha progressivamente dimostrato, cioè che il bisogno di contatto, di sicurezza, di presenza affettiva non è un dettaglio accessorio dello sviluppo ma una necessità biologica fondamentale.

Autori

Alice Melani

Alice Melani

Autrice

Mi chiamo Alice e c’ho un’anima un po’ scissa. Tra le altre cose, sono una neuroscenziata della Scuola Normale. Nel tempo libero oscillo tra attivismo, femminismo intersezionale e misantropia disillusa. Odio gli indifferenti e credo che dovremmo proprio smetterla di imporre inutili confini al nostro animo in continua espansione.

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