Per l’8 marzo non sappiamo più cosa dire

Quindi raccontiamo la storia di G., che è ricorsa ad un IVG in un paese in cui è impossibile farlo

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Quest’anno, molte di noi arrivano all’otto marzo stanche e disilluse. Trovare le parole giuste per dare a questa giornata l’attenzione e la cura che si merita non è semplice, non è mai stato semplice. 

Partire dai dati non è granché, ma permette di radicarci in un contesto ben preciso, cioè quello di un’Italia che non solo non tutela, ma si impegna attivamente in un lavoro di erosione quotidiano dei diritti delle donne. Per resistere alla minaccia si è costrette a vivere in uno stato di allerta costante in cui, tra le altre, nemmeno la lotta per il diritto all’aborto si è mai fermata. 

Sintomatico dei tempi che corrono è stato il dietrofront dell’Unione Europea in merito all’iniziativa cittadina My Voice My Choice. Il movimento, costituito da una fitta rete di organizzazioni e persone volontarie da vari paesi, chiedeva all’UE di fornire agli Stati membri un sostegno finanziario da indirizzare alla salute riproduttiva delle donne, con l’obiettivo di garantire un aborto sicuro e legale a chiunque non ne avesse accesso nel proprio paese. L’iniziativa è stata presentata al Parlamento Europeo dopo aver raggiunto 1.124.513 firme, di cui più di 161 mila provenienti dall’Italia – che si è assicurata il secondo posto per adesioni.

Dopo un’iniziale bocciatura della proposta, giudicata non necessaria in quanto “gli Stati membri possono già utilizzare fondi esistenti”, l’Europa ha rivisto le sue conclusioni, accettando la richiesta di stanziare un meccanismo finanziario di supporto apposito. Questo ha marcato un precedente: nonostante le politiche in materia di salute siano generalmente determinate a livello nazionale, questa volta la decisione riguarda tutti gli Stati membri, indipendentemente dai confini.

Il mancato accesso ad un aborto legale costringe le donne – spesso provenienti da situazioni di marginalità – ad affrontare ostacoli economici e sofferenze psicofisiche elevate. A raccontarlo sono le molte voci di coloro che ogni anno entrano in questo intricato meccanismo e che, sperando di trovare comprensione e conforto, si trovano in realtà a ricevere ostilità e colpevolizzazione. 

Una di queste voci oggi ha deciso di raccontare la sua esperienza a Generazione: non un’esperienza isolata, ma una storia come tante, e forse è proprio questo il punto.

“Condivido questa testimonianza perché avrei voluto leggere qualcosa di simile quando è toccato a me” sono le prime parole di G. durante uno scambio intimo e profondo avvenuto con la redazione. “Non per decidere che decisione prendere, ma per sentirmi meno sola”. 

L’IVG, cioè l’interruzione volontaria di gravidanza (cioè l’aborto) è un diritto che dovrebbe essere tutelato dalla controversa legge 194, approvata il 22 maggio 1978. Nella realtà, la legge presenta molti punti critici che ne richiederebbero una revisione, come sostiene Federica di Martino, attivista e fondatrice della piattaforma digitale Ivg, ho abortito e sto benissimo. Il primo dei problemi è la mancanza dell’autodeterminazione della donna. Per come è presentata nella legge – e come ci ricorda puntualmente Meloni, anche firmataria della “Carta dei Principi” presentata dai Pro Vita apertamente contro “il gender” e l’aborto – l’interruzione di gravidanza è ritenuta opportuna solo in determinate condizioni di fragilità psicofisica e/o economica, senza contemplare la libertà di scelta della donna in merito al proprio corpo e alla propria volontà.

A peggiorare il quadro è la settimana di riflessione obbligatoria che deve intercorrere tra il rilascio del certificato medico che attesta l’interruzione volontaria di gravidanza e l’intervento. La manovra, più che sollecitare un effettivo ripensamento, ha lo scopo di ritardare la pratica, rischiando di finire oltre il limite delle otto settimane di gestazione entro cui l’aborto farmacologico è ancora consentito. La verità, come ci racconta Luce, è che “Io non cambierò mai idea. Ognuna di noi non arriva a questa decisione dopo aver già riflettuto molto e con un carico mentalmente immenso. Non ci servono persone esterne che ci dicano come dobbiamo sentirci, che decisione prendere o cosa fare con i nostri corpi. Tutelare il diritto all’aborto, disciplinato dalla legge 194, non significa dire che sia facile prendere questa decisione: significa che nessuna donna deve essere costretta a una maternità”.

Un altro elemento di controversia (ma non l’ultimo) sta nell’articolo 9 della legge che, in maniera del tutto oppositiva rispetto all’intento, introduce la possibilità dell’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario e ausiliario, che oggi riguarda circa il 70% degli addetti ai lavori. 

A chiudere questo quadro già drammatico ci pensa il ritardo della presentazione della Relazione annuale sull’attuazione della legge 194, relativa all’anno 2023, che sarebbe dovuta essere pubblicata entro Febbraio 2026, come da normativa. Tutt’oggi questo documento non è stato condiviso, generando ulteriori lacune di informazione e sensibilizzazione in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne. 

“Ho pensato a lungo a cosa dire, a cosa fare. Se dire, se fare. Poi mi sono fermata, mi sono ascoltata e mi sono detta: sono anni che scendo nelle piazze per rivendicare i diritti degli altri. Ora qualcosa di profondamente intenso è successo a me, e raccontarlo potrebbe aiutare altre persone”.

Quando ha scoperto di essere incinta era una domenica d’autunno. La relazione di G. si era interrotta da pochi giorni e col passare del tempo stava rimettendo insieme i pezzi per ritrovare un equilibrio e fare ordine nella sua vita. Poi arriva un inatteso ritardo di sette giorni. Fa il primo test di gravidanza, poi un altro e un altro ancora. Non c’era dubbio: era incinta. “In tutto questo caos,  l’unica cosa di cui ero certa era che quello non era il mio momento per mettere al mondo una creatura”. Luce si reca subito nel consultorio più vicino per avviare le pratiche dell’interruzione volontaria di gravidanza. Da quel momento passano tre settimane in cui Luce si confronta con vari specialisti ma, soprattutto, con tante altre donne che stanno affrontando il suo stesso percorso e, insieme, si riconoscono nei loro reciproci sguardi: alcuni persi, altri spaventati, altri ancora terrorizzati. 

In ognuna di loro G. rivede anche le sue preoccupazioni. “Non ci interessava indagare sulle decisioni di ognuna: ci interessava solo sostenerci a vicenda e non abbassare la testa di fronte a chi, tra le sale dell’ospedale, ci guardava di traverso. Ci sorridevamo e ci stringevamo le mani come a dire: “stai tranquilla”. L’interruzione è avvenuta, ironia della sorte, il 31 ottobre. 

Parlando del processo sia fisico che mentale che l’ha portata all’aborto, G. si è scontrata con narrative e pratiche colpevolizzanti: “C’è un continuo tentativo di farci provare senso di colpa, di vergogna per ciò che stiamo facendo. Ci accusano di non essere in grado di amare: io, invece, proprio perché so cosa significa amare, ho preso questa scelta. Essere consapevoli che non si può o non si vuole mettere al mondo una creatura in un preciso momento della vita è un grande atto di amore e di estrema responsabilità”.

Tutte le esperienze di chi si affronta una IVG sono tutte ugualmente valide e legittime. Se alcune possono essere particolarmente traumatiche, quella di Luce, per esempio, è accompagnata da un senso di sollievo: “Mi sento sollevata dopo l’aborto perché avrei condannato me stessa all’infelicità e avrei cresciuto una persona senza il desiderio di farlo”.

Una cosa che l’ha colpita particolarmente è stato il modo in cui la responsabilità veniva percepita come quasi esclusivamente sua: “La gravidanza avviene in due, ma il peso delle decisioni, delle paure e dell’organizzazione ricade spesso solo sulla donna. L’uomo coinvolto può scegliere quanto esserci, quanto informarsi, quanto sostenere. Io, invece, non potevo sottrarmi a nulla”.

Questa asimmetria non è sempre evidente, ma è reale e merita di essere riconosciuta. Parlare di IVG senza parlare anche di responsabilità maschile significa raccontare solo metà della storia: una storia che, oltre il caso specifico di G., ha a che fare con la politica e la cultura del nostro paese. 

Ad oggi, i Provita invadono i centri antiviolenza, i consultori stanno chiudendo con un rate di 1 ogni 10 negli ultimi dieci anni e, secondo l’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi, da inizio 2026 si contano già 7 femminicidi e 11 tentati femminicidi. Gli obiettori di coscienza sono in aumento, tanto che in alcuni ospedali (come a Policoro) è ormai impossibile abortire. 

Come affermato anche dalla campagna My Voice My Choice, nonostante organismi scientifici e internazionali concordino sul fatto che trattare l’assistenza riproduttiva come un lusso non riduce il numero di aborti ma spinge semplicemente le donne a ricorrere all’aborto clandestino, la narrazione che si fa dell’interruzione volontaria di gravidanza rimane ostile e colpevolizzante. 

A questo proposito, è utile segnalare alcuni profili di pagine che si occupano di diritto all’aborto e fanno informazione su come e dove effettuarlo in sicurezza. Tra le varie realtà, sicuramente ivgtobenissimo e liberadiabortire.

La storia di G. ha un lieto fine, se così si può chiamare, però quanta fatica per raggiungerlo. Le persone dotate di utero sanno di dover vegliare in uno stato di allerta perenne: essere consapevole del rischio che quella coperta dei diritti di cui parlava Michela Murgia ti possa essere sfilata dai piedi mentre dormi, infatti, rende impossibile fare sonni tranquilli. 

Oggi la nostra voce si unisce a quella di G. e di tutte le altre donne: “Racconto la mia storia per restituirmi la libertà di urlare e raccontare ciò che mi ha soffocato per mesi. Lo faccio per tutte quelle donne che ci passeranno, che si sentiranno tremendamente sole. A cui verrà insegnato che è giusto farsi carico di tutto. Ma lo faccio anche per gli uomini, a cui viene spesso insegnato a sottrarsi: la responsabilità di questa scelta è condivisa”.

Autore

Alice Melani

Alice Melani

Autrice

Mi chiamo Alice e c’ho un’anima un po’ scissa. Tra le altre cose, sono una neuroscenziata della Scuola Normale. Nel tempo libero oscillo tra attivismo, femminismo intersezionale e misantropia disillusa. Odio gli indifferenti e credo che dovremmo proprio smetterla di imporre inutili confini al nostro animo in continua espansione.

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