Non sono solo parole: la lingua è potere e non possiamo permetterci di lasciarla nelle mani di classi dominati e privilegiate

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Educare al dubbio: è arrivato il momento di minare l’egemonia linguistica che la classe dominante ci impone.

Senza il dubbio non c’è evoluzione. Ci hanno sempre insegnato che dubbio è sinonimo di insicurezza; ma non è così. Dubitare significa evolvere. E non esiste evoluzione senza mettere in discussione l’intero paradigma patriarcale sul quale si basa la nostra società. È arrivato il momento di domandarci: a chi fa comodo se non dubitiamo?

Se non mettiamo in discussione tutte quelle convenzioni che potremmo considerare ascrivibili nella categoria del è sempre stato così non riusciremmo mai a decostruire le basi patriarcali e sessiste sulle quali poggia e si fonda la nostra società. Ma cosa c’entra il dubbio con il potere delle parole? Tullio De Mauro, uno dei più eminenti linguisti italiani, nel 1975 scriveva così ne L’educazione linguistica democratica:

L’addestramento monolinguistico risponde a due necessità, a nostro avviso presenti in ogni società che conosca distinzioni di classe (dunque anche in società pre- e non- borghesi). La prima necessità è quella di disporre di un modello applicabile in modo facilmente iterabile. Naturalmente è una necessità che avvertono le classi dominanti. Chi gestisce il potere ha bisogno di perpetuare la classe cui appartiene col minimo dispendio e il minimo rischio […]. Vi è poi una seconda necessità. Una educazione espressiva fatta privilegiando la capacità di adeguarsi a un formulario, a uno stile che la classe dominante possiede come patrimonio abituale, consente di “aprire” e “chiudere” facilmente, aumentando o riducendo la permissività […]; consente cioè in modo facile di regolare l’accrescimento o riduzione dell’immissione di nuovi soggetti nei gruppi dominanti.

La lingua è potere e non possiamo permetterci il lusso di lasciare nelle mani di classi dominanti e privilegiate tutte le decisioni che la riguardano. Il dubbio può diventare uno strumento salvifico e fecondo se utilizzato per mettere in discussione il potere.

Riappropriarci del linguaggio – soprattutto quando parliamo di decostruire espressioni sessiste e discriminatorie – è fondamentale per intaccare lo status quo che la classe dominante della nostra società tiene così tanto a conservare. La vera libertà di una persona passa dalla conquista delle parole ma, prima di risemantizzarle e padroneggiarle, è necessario e doveroso chiederci: sono sicurә di sapere ciò di cui si sta parlando? Ho le competenze adeguate per affrontare questo discorso? Ma soprattutto: perché queste parole mi hanno fatto arrabbiare? Solo dopo aver affrontato questo iter possiamo riappropriarci della lingua e contestarla.

Il potere delle parole: sapere come utilizzare le parole ci aiuta a capire meglio noi stessә, il mondo che ci circonda e l’altrә.

Le parole sono uno strumento di potere. Ammazzano e salvano. A nessunә – o quasi – viene insegnato come si combattono i discorsi d’odio (sia online che offline). A nessunә – o quasi – viene insegnato come rispondere – o meglio combattere – a quell’armamentario di parole e frasi che ci bombarda tutti i giorni (o quasi).

La tassonomia di esempi che riporterò di seguito non pretende di essere esaustiva né tanto meno aggiornata. Perché ci saranno sempre nuovi modi di dire, nuove parole e nuove frasi che mineranno all’emancipazione e l’autodeterminazione delle donne*.

Diffidate di chi vi dice che sono solo parole, il silenzio è considerato una virtù solo se sono le donne a praticarlo. Parlate tanto, parlate troppo. Le parole sono potenti ed è il momento di riappropriarcene.

«Quanto sei cazzuta» / «Si vede che sei una donna con le palle!»

La maschilità è il parametro utilizzato per definire l’eccellenza femminile: perché quando ci si complimenta con una donna la si descrive sempre utilizzando attributi maschili? Siamo in una società patriarcale e sessista, l’unica donna che merita rispetto è quella che si comporta come il più virile dei maschi, il più machista di tutti. Associare il genitale maschile al merito, la capacità di raggiungere i più validi obiettivi e l’abilità di non abbattersi e/o demoralizzarsi finché non si raggiunge il fine perseguito, genera una problematica convinzione: il cazzo diventa sinonimo di talento, audacia, bravura.

Ma andiamo più a fondo: quando ci definiscono cazzute e con le palle, cosa ci stanno dicendo implicitamente? Non solo che cazzo e bravura sono un’equazione perfetta, ma che bisogna saperli utilizzare bene, proprio e solo come un vero uomo potente sarebbe in grado di fare. E se vuoi il potere, devi trasformarti in una di loro. Ma come ben sappiamo – vedi esempio Meloni, Thatcher, Metsola – una donna al potere non significa potere per le donne. È necessario sradicare questo tipo di espressioni problematiche e sessiste che ci sono state inculcate, perché non sono complimenti ma solo una manifestazione della società patriarcale.

«Non è roba per voi donne»

Esistono davvero cose che una donna può fare e cose che una donna non può fare? Spoiler: no. Da sempre alle donne è stato attribuito un ruolo e, qualsiasi esso sia, da quello di angelo del focolare a quello di essere un pericolo costante quando è al volante, è sempre subordinato rispetto a quello dell’uomo. Non rispettare i ruoli che la società (patriarcale e sessista, è sempre giusto ribadirlo) ci ha affibbiato, ci rende donne pericolose. Non siamo più rassicuranti. Il tetto della campana di vetro con l’etichetta “roba per donne” sta iniziando a mostrare le prime crepe. Noi questo tetto lo dobbiamo fracassare con lo stesso strumento (che in questo caso) viene utilizzato per metterci al margine: il linguaggio. Le donne possono fare tutto ciò che vogliono.

Gli uomini hanno previsto e scelto per noi delle categorie di subordinazione nelle quali relegarci: la casa possiamo costruirla, non solo arredarla; il barattolo possiamo aprirlo, non solo comprarlo al supermercato. Può sembrare stupido o banale, ma queste convinzioni sono radicate in noi fin quando nasciamo e decostruirle rappresenta un vero e proprio atto di potere.

Smontare, decostruire e contrastare i discorsi d’odio

Cosa succede dopo aver preso coscienza del potere delle parole e di come queste siano utilizzate per la discriminazione di genere? Imparare a capire i meccanismi di un discorso d’odio è il primo strumento necessario per farci capire una cosa fondamentale: se chi abbiamo davanti una persona che utilizza questo genere di frasi stereotipate, significa che non ci vede sue pari. Per lui siamo subordinate, ai margini. E questa situazione può solo fargli comodo perché non intacca il suo status quo.

Riconoscere questo sistema ci permette di affermare a voce alta che quello che ci sta venendo detto non è solo seccante e fastidioso, ma è un vero e proprio discorso misogino. È a quel punto che dobbiamo iniziare a parlare, a diventare fastidiose, pesanti, logorroiche. Solo dopo il riconoscimento e la successiva decostruzione di un discorso discriminante arriva il momento di riappropriarsi di quello che da sempre ci hanno e ci hanno voluto togliere: il potere. E, in questo caso, è veicolato proprio dalle parole.

Sapevi che alla base della piramide della cultura dello stupro si trova il linguaggio sessista?

La radice della violenza: è così che Carlotta Vagnoli (nel suo manuale Maledetta sfortuna. Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere) definisce il linguaggio sessista.

Le parole ammazzano. Non riconoscere e/o sminuire il loro potere è molto pericoloso, soprattutto per le persone ascrivibili in quelle che oggi definiamo categorie marginalizzate. La violenza di genere si declina in molteplici forme e la discriminazione di genere attraverso il linguaggio fa parte di queste. I comportamenti verbali sessisti sono uno strumento così pericoloso perché vanno a supportare,
alimentare e proteggere la cultura dello stupro. Non sono solo parole quelle che la società patriarcale fa passare come tali, ma la radice della violenza. Non sono solo parole quelle che pronunciamo a voce alta dopo aver riconosciuto di essere state relegate ai margini. Sono resistenza. Sono un essenziale e
fondamentale strumento d’inizio per intraprendere una sana e doverosa opposizione al sistema sessista e patriarcale sul quale si fonda la nostra società. Smontiamo questo sistema a partire dalle parole. Occupare lo spazio che ci è sempre stato tolto, anche nel linguaggio.


Per approfondire: Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole, Vera Gheno / Ne uccide di più la lingua. Smontare e contestare la discriminazione di genere che passa per le parole, Valeria Fonte / Maledetta Sfortuna. Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere, Carlotta Vagnoli / Stai zitta. E altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Michela Murgia

*donne= viene utilizzata questa categoria per tutte le persone che si riconoscono in essa

Autore

Arianna Vicario

Arianna Vicario

Autrice

Transfemminista. Scrivo (tanto), leggo (troppo), cammino nel mondo (delle nuvole). A volte penso che l'anima di Sylvia Plath si sia reincarnata in me.

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