Orizzonti di fuoco in Iran? Aumenta la pressione americo-europea contro Teheran

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Dopo l’annuncio da Bruxelles dell’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasradan) nella lista europea delle organizzazioni terroristiche e l’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran e le figure di maggior rilievo del governo teocratico, è arrivata la replica della nazione degli ayatollah.
Dopo che nella giornata di giovedì il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragachi aveva definito
“un grave errore strategico” l’annuncio della Commissaria agli Affari Esteri dell’Unione Europea Kaja Kallas, l’Iran ha restituito lo stesso trattamento all’Unione Europea.
Attraverso le dichiarazioni del
Segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale Ali Larijani, infatti, il governo della teocrazia sciita ha annunciato di aver a sua volta inserito le forze armate dei paesi europei nella propria “lista nera” del terrorismo.

La tensione geopolitica nell’area tra il Medio Oriente e il Golfo Persico sale così pericolosamente e la pressione messa in campo negli ultimi giorni dai principali attori dell’area atlantica (con l’Europa che segue gli input provenienti dagli Stati Uniti d’America) appare come una tenaglia sempre più stretta attorno all’Iran, in una situazione socio-politica già caratterizzata dalla repressione delle violenti proteste che nelle ultime settimane hanno colpito il paese.


Gli aggiornamenti sulla situazione geopolitica nel quadrante mediorientale

Il tracollo delle già precarie relazioni tra Iran e i paesi europei fa seguito alle manovre militari avviate negli ultimi giorni dagli Stati Uniti d’America che, come riportato mercoledì scorso dallo stesso presidente Donald Trump in un messaggio sulla propria piattaforma social Truth, hanno dispiegato un’imponente armata navale, guidata dalla portaerei a propulsione nucleare USS Abraham Lincoln.

Stando alle informazioni reperibili in merito alla geolocalizzazione delle navi, negli ultimi giorni la flotta era dislocata nell’area del Mar Cinese Meridionale prima che cominciasse a muoversi verso lo Stretto di Hormuz, avvicinandosi sempre più alla traiettoria limite per l’eventuale avvio di un’operazione militare (una delle soluzioni al vaglio dell’amministrazione Trump).
Ad accompagnare la portaerei della Marina statunitense, ci sono altri tre cacciatorpediniere con il supporto aggiuntivo di altri quattro cacciatorpediniere posizionati tra il Mar Mediterraneo orientale, le acque israeliane del Mar Rosso e il Golfo Persico. In aggiunta, sono state messe in allerta tutte le batterie della contraerea missilistica Patriot e THAAD (quest’ultima in Israele) presenti nelle basi militari statunitensi in Medio Oriente.


La volontà di un accordo in extremis?

Nella serata di ieri ore italiane, poi, il presidente statunitense avrebbe annunciato durante un incontro mattutino con la stampa presso lo Studio Ovale della Casa Bianca che l’Iran sarebbe disposto a “trovare un accordo” ma che “il tempo stringe”, senza però fornire ulteriori dettagli in merito.

Le dichiarazioni del tycoon newyorkese sono state in seguito confermate – seppur “con riserva” –  anche dalla controparte iraniana, come affermato dal Ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragachi durante una vista al suo omologo turco Hakan Fidan.
“Siamo pronti ad avviare negoziati”
– ha affermato Aragachi durante la conferenza stampa – “se saranno condotti su un piano di parità e se saranno equi e giusti”.
La disponibilità mostrata da Teheran per un accordo all’ultimo secondo con gli Stati Uniti è però vincolata a delle condizioni non trattabili.

In primo luogo, l’accordo che da tempo viene richiesto dalla “comunità internazionale” (in breve, Stati Uniti e Unione Europea, con Israele nel ruolo di osservatore più che interessato) riguarda l’accesso e lo sviluppo dell’energia nucleare da parte iraniana.
Dopo il naufragio del Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA), il trattato stipulato nel 2015 per limitare drasticamente il programma di sviluppo atomico iraniano che è stato sabotato durante entrambi i mandati presidenziali di Trump e che dallo scorso 18 ottobre non ha più validità, l’Iran si ritiene libero da vincoli per poter acquisire l’energia nucleare e non intende accettare imposizioni da parte statunitense sullo stop al proprio programma missilistico di difesa e sul programma di arricchimento nucleare che – a dire dell’Iran – è finalizzato al solo utilizzo civile.
In poche parole, l’Iran non intende arretrare sui punti chiave nella strategia statunitense in ambito regionale (che coinvolge a pieno titolo Israele, ma anche altri attori rilevanti nel Medio Oriente come l’Arabia Saudita) e – in più ampio respiro – a livello globale: per gli Stati Uniti, infatti, non è contemplato che gli ayatollah riescano a fornirsi dell’energia nucleare da poter usare come leva negoziale o come forma di deterrenza.

La fotografia di famiglia scattata il 2 aprile 2015 a Losanna (Svizzera) tra i firmatari del JCPOA.
Tra i presenti, l’allora inviato speciale della Repubblica Popolare Cinese presso l’Unione Europea Hailong Wu, l’ex Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, l’ex Ministro tedesco Frank-Walter Steinmeier, l’ex Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, l’ex Ministro degli Esteri Javad Zarif, l’ex Segretario degli Affari Esteri del Regno Unito Philip Hammond e l’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry.
Fonte immagine: U.S. Department of State/Flickr (opera di dominio pubblico)

Resta dunque da capire quali siano le reali intenzioni di Trump in merito, ovvero se le dichiarazioni di un’apertura alle trattative verranno effettivamente rispettate o se sono un messaggio di facciata dietro cui si cela un’operazione già in corso. Una dinamica già verificatasi la scorsa estate, quando nei giorni precedenti al 22 giugno – nel pieno svolgimento della c.d. “Guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran – gli Stati Uniti di Trump esortavano al raggiungimento di un accordo tra le parti, prima di dare il via a breve distanza alla c.d. “Operazione Martello di Mezzanotte” con il bombardamento a tappeto delle centrali nucleari iraniane di Fordow, Natanz e Esfahan.

Fonte immagine di copertina: geralt/Pixabay

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