Negli ultimi giorni il governo guidato da Giorgia Meloni sta affrontando quella che sembra essere la fase più critica dal suo avvio quasi tre anni e mezzo fa: la sconfitta al referendum sulla giustizia sancita lo scorso lunedì (53,75% per il NO contro il 46,25% per il SI), inaspettata per le forze della maggioranza, ha dato infatti il via ad un giro di vite interno ai partiti di governo richiesto e preteso con forza dallo stesso Presidente del Consiglio.
In poco più di quattro giorni si sono susseguite le dimissioni di esponenti di rilievo nel governo e in Fratelli d’Italia, dal Sottosegretario al Ministero della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove alla Capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, fino ad arrivare al polemico passo indietro compiuto mercoledì scorso dall’oramai ex Ministro del Turismo, Daniela Santanchè.
Da ultimo, nella giornata di ieri, anche Forza Italia ha decretato una pesante sostituzione all’interno delle proprie forze parlamentari in seguito alle “dimissioni volontarie” presentate dall’ex capogruppo del partito al Senato, Maurizio Gasparri (sostituito da Stefania Craxi).
Gli errori strategici del governo nel referendum
Appare inevitabile collegare le dimissioni di questi giorni all’interno del partito di Giorgia Meloni (come anche nel caso del partito di Antonio Tajani) come diretta conseguenza di una sconfitta netta al voto.
La prima sconfitta nello specifico – volendo mettere da parte i risultati complessivi delle elezioni amministrative e regionali – frutto di una campagna referendaria mal pianificata e mal gestita dal governo di centrodestra.
Confrontando i dati di partenza forniti dai primi sondaggi del periodo tra i mesi di settembre-ottobre 2025 con i numeri finali del voto di questa settimana, si osserva infatti come la maggioranza sia riuscita a dissipare un vantaggio rilevante (ventiquattro punti percentuali) nel periodo tra gennaio e marzo di quest’anno, come riscontrabile nel grafico elaborato dall’analista e ricercatore Marco Roberti (in basso, NdA).

“Grafico weighted LOESS dei sondaggi sul referendum costituzionale italiano 2026 (separazione delle carriere nella magistratura). Curve Sì/No normalizzate (esclusi indecisi), punti pesati per dimensione campione.”
Fonte immagine: Marco Roberti/Wikimedia Commons (licenza d’uso CC BY-SA 4.0)
Una flessione evidente e ulteriormente acuita negli ultimi mesi dalla sovraesposizione mediatica delle forze promotrici del SI (con il governo pienamente coinvolto).
Una sovraesposizione che si è rivelata essere un danno anziché un vantaggio, anche a causa di alcune discutibili dichiarazioni rilasciate da esponenti del centrodestra in occasione di eventi pubblici e trasmissioni televisive, che hanno rafforzato la posizione già fortemente critica delle forze d’opposizione fornendo loro ulteriori prove per difendere il NO alla riforma Nordio.
Tra gli esempi più lampanti, si possono ricordare le parole della deputata della Lega Simonetta Matone in un evento pubblico a Reggio Calabria (20 febbraio), in cui attribuiva il calo del vantaggio del SI al Ministro Nordio che aveva detto “cose che non si possono dire pubblicamente” e l’invito del deputato Aldo Mattia (FdI) a “utilizzare, se dovesse servire, anche il solito sistema clientelare” lanciato il 16 marzo scorso durante un comizio a Genzano di Lucania (Potenza). Senza poi dimenticare l’orrore comunicativo più lesivo per le ragioni e argomentazioni del NO: l’ex Capo di Gabinetto del Ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, che in un dibattito televisivo in Sicilia invita al SI al referendum per “togliersi di mezzo la magistratura che è un plotone d’esecuzione”.
Inoltre, l’idea promossa e in più occasioni ribadita dalla stessa Meloni che il voto per questo referendum costituzionale non rappresentasse “un voto sul governo” è stata – alla prova dei fatti – un’ulteriore spia comunicativa di una personalizzazione del voto portata in essere dall’attuale governo.
Una scelta che, proprio come avvenne dieci anni fa in occasione del referendum costituzionale promosso dall’allora governo di Matteo Renzi, si è rivelata fallimentare.
Il “repulisti” di Giorgia Meloni in vista delle Politiche 2027?
Le dirette conseguenze della sconfitta referendaria si sono viste a poche ore di distanza dal voto, con la Meloni esposta in prima persona dapprima nel chiedere al Ministro Nordio le dimissioni di Delmastro e della Bartolozzi – arrivando de facto a scavalcare il Guardasigilli che soltanto poche ore prima aveva garantito a mezzo stampa che sarebbero rimasti al loro posto – e in seguito, con un comunicato alquanto mirato proveniente da Palazzo Chigi, a chiedere un passo indietro a Daniela Santanchè “sulla medesima linea di sensibilità istituzionale”.
Tre figure di rilievo e peso nelle dinamiche di partito e di governo coinvolte in scandali e procedimenti giuridici più o meno recenti. Sulle spalle di Delmastro e della Bartolozzi hanno pesato enormemente il susseguirsi di numerose vicende che hanno colpito il Ministero della Giustizia (da Alfredo Cospito e dal successivo “caso Almasri” allo “scandalo Pozzolo” fino ad arrivare alla “leggerezza” degli affari in società con la figlia del prestanome del boss Michele Senese).
In riferimento alla Santanchè, invece, i quattro filoni giudiziari che la vedono coinvolta (una imputazione e tre indagini) si portano avanti da almeno due anni con accuse a vario carico (falso in bilancio, truffa ai danni dell’INPS e bancarotta fraudolenta).
Difese dal governo e dal partito fino a pochi giorni fa, con la sconfitta subita al referendum la Meloni ha cambiato passo sul loro conto, imponendosi (alquanto tardivamente) per l’uscita di figure che rischiavano di compromettere ulteriormente la reputazione dell’esecutivo italiano e – specialmente in un contesto politico e geopolitico come quello attuale – la sua stabilità.
Resta da comprendere se il richiamo al senso istituzionale portato in essere dalla Presidente del Consiglio sia stato mosso da nobili fini o se sia stato il tentativo di minimizzare i danni del blocco della riforma della giustizia, da leggere strategicamente soprattutto in vista delle elezioni politiche che dovrebbero tenersi il prossimo anno.
Nell’immagine di copertina: “L’ingresso di Palazzo Chigi, sede del Governo e residenza del Presidente del Consiglio italiano.”
Fonte immagine di copertina: DellaGherardesca/Wikimedia Commons (opera propria, licenza d’uso CC BY 4.0)