“Fritz Lang 50” – Il “Destino” non salverà questa rassegna

0% Complete

Manca poco più di una settimana al termine della rassegna cinematografica dedicata al regista Fritz Lang e alla sua cinematografia, in occasione del cinquantennale della sua scomparsa.

Dopo aver seguito poche settimane fa la serata di apertura della retrospettiva “Fritz Lang 50” al Palazzo delle Esposizioni in cui il pubblico ha potuto apprezzare la visione del suo capolavoro “Metropolis”, nella serata di ieri è stato proiettato un altro dei grandi classici del regista austro-statunitense: il lungometraggio muto del 1921 “Destino” (“Der müde Tod”), nella sua versione restaurata nel 2016 grazie al lavoro guidato dalla Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung di Wiesbaden e che ha visto la partecipazione e il coinvolgimento di vari enti artistici e cinematografici nel mondo (dal MOMA – Museum Of Modern Art di New York alla Cinémathèque de Toulouse passando per la Gosfilmofond di Mosca, solo per menzionarne alcuni).

Un’occasione per scoprire – e riscoprire – uno dei primi lavori di Fritz Lang (tra quelli che non sono andati perduti nel corso del tempo) nonché il primo, vero successo internazionale del regista, che all’epoca venne maggiormente apprezzato all’estero rispetto alla Germania weimariana e che soltanto in seguito divenne un’opera di culto.

La didascalia d’apertura di “Destino” (“Der müde Tod”), di Fritz Lang (Germania, 1921)
Fonte immagine: Wikimedia Commons (opera di dominio pubblico)


La “ballata popolare tedesca in sei canti” – La trama di “Destino”

– «Cosa cerchi nel mio regno, figlia mia? Non ti ho convocato.»
– «Voglio andare dov’è il mio amore! Dov’è colui che mi hai rubato?»
– «Io non l’ho rubato, la sua ora è arrivata.»

(“Destino”, di Fritz Lang [Germania,1921])

Tratta dal soggetto originale di Thea Von Harbou, il lungometraggio di Fritz Lang si presenta nella struttura di una “volkslied”, una ballata popolare composta da un antefatto, tre scene e un atto finale.

In un contesto storico non precisato, il viaggio immaginifico di Lang ci porta in un semplice villaggio rurale “perso nello spazio e nel tempo”, dove la popolazione viene scossa dall’arrivo di un viandante straniero vestito di scuro e dall’aria stanca, provata dalle sue lunghe traversie.
L’uomo, giunto in carrozza assieme a una coppia di giovani innamorati (Lili Dagover e Walter Jansen) e ad un’anziana contadina, chiede e ottiene dal consiglio municipale del paese di poter acquisire un grande terreno nei pressi del cimitero locale del paese, salvo poi costruirvici attorno un’imponente cortina di pietra senza via d’ingresso o di uscita.
In seguito, si scopre che il forestiero non è altri che la Morte (Bernhard Goetzke), giunta per prendere con sé il giovane innamorato della donna, come di fatto avviene al calare del sole.

Stravolta per la scomparsa dell’uomo a cui aveva promesso eterno amore, la donna viene soccorsa dal farmacista del villaggio che cerca di curarla.
Lei, tuttavia, cerca di togliersi la vita
ingerendo del veleno, ma si ritrova improvvisamente dinnanzi alla muraglia di pietra del giardino acquistato dalla Morte, da dove si apre un varco che attraversa per trovarsi dinnanzi al Cupo Mietitore, afflitto dal suo gravoso incarico: quello di spegnere le candele della vita umana in questa terra.
Le suppliche della donna, anche dinnanzi a una sfida impossibile come quella di poter sconfiggere la Morte, spingono quest’ultima a proporle un accordo quasi “faustiano”: il ritorno in vita dell’amato fidanzato, ma solo nel caso in cui fosse riuscita a salvare anche una sola di tre vite vicine alla morte.
I tre tentativi, che si susseguono tra le
cupole delle moschee di Baghdad, i ponti della laguna di Venezia e le esotiche lande cinesi, condividono lo stesso epilogo fallimentare in cui la donna non riesce a salvare il proprio amato dalla Morte.
Eppure, la sua tenacia muove a compassione la stessa Morte, che le propone un’ultima, estrema soluzione:
una vita per una vita.


“Fritz Lang 50” e la conferma di un’occasione mancata

Ponendo da parte per un momento il piacere di poter apprezzare un’ampia selezione della filmografia di Fritz Lang, tra i grandi capolavori, i classici iconici del suo cinema e le pellicole meno note al pubblico, al termine della seconda proiezione scelta per questa rassegna (nonché ultima per chi scrive) si vuole evidenziare quella che speravo ardentemente fosse solo una sfortunata coincidenza legata alla serata d’esordio di qualche settimana fa.

Con enorme rammarico, infatti, la proiezione di ieri sera ha confermato come questa retrospettiva sia un’occasione mancata da parte degli organizzatori per poter coinvolgere appieno il pubblico presente al Palazzo delle Esposizioni nella scoperta (o riscoperta) di uno dei più grandi Maestri di sempre della Settima Arte.
Un coinvolgimento che non si è verificato o che – peggio ancora – non c’è mai stato:
una dinamica del tutto unidirezionale, quella della proiezione delle pellicole del regista viennese, al cui interno non si è voluto dedicare del tempo a introdurre – anche brevemente – la visione di opere cinematografiche così concettualmente e simbolicamente profonde a un pubblico variegato, composto tanto da “cultori” di cinema quanto da persone meno esperte e avvezze.
Una scelta davvero inconcepibile che riduce il tutto ad una mera fruizione passiva, che lascia un’enorme amarezza.

Autore

Collabora con noi

Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine

Se pensi che Generazione sia il tuo mondo non esitare a contattarci compilando il form qui sotto!

    Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi