Nella giornata di ieri, il Primo Ministro danese Mette Frederiksen ha annunciato lo sciolgimento del Folketing (il Parlamento monocamerale) di aver richiesto al sovrano Federico X di Danimarca di indire le nuove elezioni politiche nel territorio del Regno (inclusi i territori semi-autonomi delle Isole Far Oer e della Groenlandia) per il prossimo 24 marzo.
La mossa messa in campo dalla premier e guida dei Social-Democratici (Socialdemokratiet) giunge in anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura prevista per il prossimo 31 ottobre ed è da interpretare anche come il progetto della Frederiksen di capitalizzare la risalita del suo partito nei sondaggi di gradimento per via della postura muscolare assunta dal governo nei confronti delle pressanti ingerenze statunitensi rivolte verso la Groenlandia.
Un dossier alquanto scottante, quello della Groenlandia, di cui già lo scorso anno avevamo approfondito le dinamiche portate avanti dall’attuale amministrazione di Donald Trump per assicurare il controllo statunitense del territorio artico nel nome della “sicurezza nazionale e internazionale”.
La Danimarca, gli Stati Uniti…e la Groenlandia – Cosa è cambiato?
Nel corso degli ultimi mesi, anche in seguito ai risultati delle elezioni politiche groenlandesi che non avevano visto l’exploit delle forze filo-statunitensi, la pressione politica statunitense sull’isola artica non aveva conosciuto rallentamenti e, con l’inizio del nuovo anno, era persino culminata in un’ulteriore escalation diplomatica tra la Casa Bianca e il Regno di Danimarca.
Questa nuova fase della crisi politica americo-danese è stata osservata con molta attenzione, dal momento che, a partire dallo scorso gennaio, la presidenza Trump aveva rilanciato con forza le proprie mire strategiche sulla Groenlandia anche a colpi di dichiarazioni esplosive da parte dello stesso tycoon newyorkese, il quale aveva in più occasioni paventato anche la possibilità di un intervento militare nell’isola.
La minaccia di un’annessione forzata ha rappresentato e continua a rappresentare un attacco senza precedenti non soltanto nell’ambito delle relazioni tra Washington D.C. e Copenhagen ma anche per quanto riguarda lo stesso assetto della NATO. La Groenlandia, infatti, è parte del Regno di Danimarca e – pertanto – parte integrante di uno stato membro dell’alleanza atlantica.
A fronte delle minacce di Trump, la reazione messa in campo da alcuni paesi del continente europeo (su richiesta della Danimarca) è stata simbolica ma non indifferente: a partire dal 14 gennaio, infatti, un contingente militare multinazionale ha raggiunto il territorio groenlandese per monitorare la situazione e per un’esercitazione congiunta.
Oltre ai circa duecento soldati inviati dalla Danimarca, si sono uniti altri gruppi minori provenienti da Svezia, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Paesi Bassi ed Estonia.
Due menzioni a parte riguardanti la Francia – che lo scorso 15 gennaio è stata la prima a inviare un contingente di quindici soldati alpini in Groenlandia – e la Germania, il cui disimpegno militare in Groenlandia (tredici militari) è durato appena due giorni, con l’ordine di rientro arrivato da Berlino per la mattina del 18 gennaio.
Soltanto nel corso di questo ultimo mese la politica e la diplomazia hanno cercato di attenuare i toni dando il via a degli incontri trilaterali per la ricerca di una soluzione soddisfacente per tutte le parti, tenendo conto delle “questioni non negoziabili” da parte danese in merito all’integrità territoriale della Groenlandia.

L’incontro dello scorso 13 febbraio a Monaco di Baviera (Germania) tra il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il Primo Ministro danese Mette Frederiksen e il Primo Ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen (fotografia di Freddie Everett).
Fonte immagine: U.S. Department of State/Flickr (opera di dominio pubblico)
La politica estera come possibile assist per una vittoria social-democratica?
L’approccio portato avanti dalla Frederiksen su questa delicata e fondamentale vicenda potrebbe risultare l’asso nella manica della premier danese per la vittoria nelle prossime elezioni anticipate, dopo il tracollo delle elezioni amministrative dello scorso anno nelle quali i Socialdemocratici avevano perso oltre cinque punti percentuali (-156 seggi municipali) rispetto alla tornata del 2021 e – fatto ancor più eclatante – il controllo della capitale danese Copenhagen dopo quasi cento anni di amministrazione ininterrotta a guida socialdemocratica.
Il partito, già costretto nel 2022 ad un accordo di grande coalizione con i liberali di centro-destra di Venstre e i centristi dei Moderaterne, punta così ad ottenere una vittoria che lo ponga nella posizione di poter guidare un governo di coalizione all’interno delle forze progressiste danesi.
Nell’immagine di copertina: “L’ingresso del Parlamento danese presso il Palazzo di Christiansborg a Copenhagen.”
Fonte immagine di copertina: Jebulon/Wikimedia Commons (opera propria e di dominio pubblico)