Nella serata di ieri, dopo una premiere estiva di grande impatto internazionale in occasione dell’ultimo Sundance Film Festival e la proiezione all’ultima Festa del Cinema di Roma dell’ottobre scorso , è arrivato anche nelle nostre sale il documentario che racconta la folgorante vita del grande cantautore statunitense Jeff Buckley nelle sue pieghe più intime e profonde.
“It’s Never Over, Jeff Buckley” è il nome dell’opera presentata lo scorso anno dalla regista statunitense Amy Berg – dopo un lungo lavoro durato oltre vent’anni tra la documentazione, le interviste e le riprese – che offre al pubblico una panoramica ad ampio raggio attorno alla vita e alla musica dell’artista tragicamente scomparso nella sera del 29 maggio 1997 a Memphis, dopo un tuffo tra le acque del fiume Wolf del Mississippi dalle quali non riemerse più.
Grazie alla distribuzione italiana della Nexo Studios, il documentario della HBO e della Magnolia Pictures sarà disponibile in Italia fino a mercoledì prossimo all’interno di un elenco selezionato di sale e multisale del territorio nazionale.
La “riscoperta” di Jeff Buckley a quasi trent’anni dalla sua scomparsa

“It’s Never Over, Jeff Buckley” di Amy Berg (Stati Uniti d’America, 2025).
Fonte immagine: Nexo Studios/Facebook
Il lancio di questo docufilm si associa a quella che sembra proprio essere una “riscoperta” social della musica di Jeff Buckley da parte delle generazioni del nuovo millennio che, “grazie” a piattaforme come TikTok e Spotify, ha portato a una nuova diffusione oceanica della musica del cantautore californiano.
Chiamiamola tendenza o in qualsivoglia altro modo, il risultato è stato il prepotente rientro in vetta della classifica Billboard Hot 100 di uno dei brani più struggenti della carriera di Buckley (“Lover, You Should’ve Come Over” del 1994) riascoltato da milioni di persone nel mondo che ancora non erano nate nel momento in cui Buckley perse la vita.
È proprio da uno dei versi di questa canzone che nasce il titolo di questo documentario della regista statunitense, alla seconda prova “musicale” della sua carriera dopo il precedente documentario dedicato nel 2015 a Janis Joplin.
Supportata nella produzione di questo lavoro anche dal celebre attore Brad Pitt, la storia di questo progetto inizia nel 2007, quando la Berg incontrò per la prima volta la madre di Jeff Buckley, Mary Guilbert.
I successivi diciannove anni sono serviti a raccogliere le testimonianze degli affetti più cari, gli archivi fotografici concessi da chi ebbe modo di immortalare la sua persona (come Merri Cyr), le interviste e le registrazioni in studio di Buckley e soprattutto i numerosi pensieri e aneddoti del cantautore lasciati nel corso dei suoi trent’anni di vita (tra quaderni quasi “joyceani” in cui i testi delle canzoni si mischiano a riflessioni e flussi di coscienza e i messaggi lasciati nelle segreterie telefoniche), fondamentali per la realizzazione di un lungometraggio di poco più di un’ora e quaranta minuti.
“It’s Never Over, Jeff Buckley” ripercorre la vita fuori dall’ordinario di Jeff Buckley partendo dalle origini di una famiglia travagliata, in particolar modo del suo padre biologico, Tim Buckley, che lasciò la moglie incinta per perseguire la propria straordinaria carriera musicale prima di morire nel 1975 per overdose di eroina. Il legame di Buckley con i propri genitori – tanto la madre quanto il padre naturale – è il filo conduttore che unisce storia e narrazione documentaristica, al pari della musica, che per tutta la sua vita “fu come una madre e un padre” (crescendo tra le canzoni di Judy Garland, Nina Simone, gli album dei Led Zeppelin regalati dal patrigno e lo studio dei virtuosismi di Al Di Meola – solo per fare alcuni esempi – si può capire da subito la profondità della conoscenza musicale di Jeff Buckley).
Eppure sono gli ultimi sei anni di vita di Buckley ad essere quelli più folgoranti: dal concerto tributo per suo padre alla St.Ann’s Church di Brooklyn (New York) del 1991 – in cui il mondo intero rimase stupefatto dalla potenza canora di Jeff Buckley – al primo nonché unico album da lui pubblicato in vita (lo straordinario “Grace” del 1994).
Le “note stonate” su un lavoro complessivamente molto coinvolgente
Nel racconto della Berg diventano fondamentali i ricordi e le testimonianze di chi ha avuto modo di conoscere, lavorare e amare l’uomo dietro all’artista.
Questo documentario, infatti, permette di approfondire il lato umano di Jeff Buckley e di scoprirne alcune sfaccettature giocose e autoironiche, ma anche quelle più crude e fragili di una persona caratterizzata nel corso della propria vita da un’energia magnetica e – allo stesso tempo – di una profonda sensibilità e introspezione.
Dalle due relazioni sentimentali più importanti della sua vita – quelle con Rebecca Moore (che “ispirò” Buckley per la scrittura di alcuni dei suoi brani al termine della loro relazione sentimentale) e gli ultimi anni assieme alla violinista Joan Wasser – ai ricordi degli amici come Ben Harper e Chris Cornell, chi ha avuto modo di conoscere Jeff Buckley ha condiviso ricordi carichi di emozioni vive riguardo a una persona in grado di sparire per giorni dopo aver ricevuto un “signor” complimento da Robert Plant ma anche di isolarsi dal resto del mondo alla ricerca di un senso in un mondo tanto luccicante quanto opprimente allo stesso tempo.
La fama e il successo che Jeff Buckley conquistò in vita (più all’estero che in patria) furono al contempo portatrici di ombre e (tanti) dubbi nell’animo del cantautore, ai quali si aggiunse il fardello dell’eredità musicale del padre Tim (un fattore rilevante, quello del rapporto quasi del tutto assente tra i due, con cui il figlio dovette convivere per tutta la vita).
Proprio su questo ultimo, decisivo punto di questo lavoro, Amy Berg compie una scelta forte, anche fin troppo forte per chi scrive: nel descrivere gli ultimi anni prima di quella tragica nuotata serale del 1997, infatti, si sofferma sullo stato d’animo del giovane Jeff Buckley ponendo molta enfasi sui suoi tormenti, tra lo stress per la realizzazione tardiva del secondo album e una “possibile” depressione.
Dettagli che sembrano quasi aprire a possibili nuove spiegazioni dietro alla sua morte, che si scontrano con quanto pubblicato nel referto autoptico ufficiale al tempo reso pubblico per espressa volontà della madre, che riportava “l’assenza di sostanze stupefacenti e di abuso di alcool” nel corpo di Jeff Buckley.
Sebbene già nel corso di quest’ultimo anno sia stata la stessa regista a chiarire con fermezza come non abbia mai voluto dare credito a teorie cospirazioniste sulla morte di Jeff Buckley, il suo documentario non sembra confermare queste dichiarazioni.
Il motivo? Il taglio delle testimonianze nella parte conclusiva del documentario sembra lasciare dei “messaggi non detti” in grado di far albergare questo dubbio.
Una scelta davvero poco comprensibile e tendente, per chi scrive, ad un’uscita di cattivo gusto.
Un vero peccato per un lavoro da considerare comunque positivamente per la sua grande capacità di coinvolgere il pubblico, sia tra gli amanti di Jeff Buckley (che ieri, tra i presenti in sala, non hanno trattenuto a lungo le lacrime) sia per i neofiti della sua musica (che non si limita alla sola, “orgasmica” cover dell’“Hallelujah” di Leonard Cohen), ma che inevitabilmente penalizza il giudizio complessivo su questo lavoro che viene consigliato “con riserva”.