Negli ultimi mesi, in Italia, gli sgomberi sono all’ordine del giorno. A partire da quello del Leoncavallo a Milano, lo scorso agosto, molti altri centri sociali sono stati sgomberati o, comunque, minacciati di esserlo repentinamente.
Per quanto riguarda Napoli, tra i casi che hanno avuto maggiore risonanza c’è quello di Officina99, storico locale della periferia est della città che ha visto la nascita del gruppo dei 99 Posse.
Altre periferie, però, stanno subendo lo stesso trattamento, suscitando meno clamore nell’opinione pubblica. Basta percorrere pochi chilometri, arrivare nell’Area Nord – non distante dalle Vele di Scampia – per imbattersi in una storia simile. A novembre scorso, il Gridas di Scampia ha ricevuto l’ordine di sgombero. Non è la prima volta: già nel 2010, infatti, era stata iniziata una causa, poi vinta, che avrebbe potuto porre fine all’esperienza di uno dei beni comuni che più hanno contribuito alla vita culturale dell’Area Nord di Napoli.
Tutto inizia nell’81: la città era devastata dal terremoto e stava cercando, non senza difficoltà, nuovi modi per ricostruirsi. Molti quartieri, in cui l’altissima densità della popolazione era proporzionata all’inadeguatezza della situazione abitativa, vengono sfollati. Le antiche e giallastre case in tufo del centro non hanno retto le scosse, è necessario costruire nuove abitazioni per gli sfollati: è in seguito a questi eventi che nascono molti quartieri della periferia napoletana, enormi palazzoni vengono innalzati dove fino a poco prima c’era solo campagna.
In questo momento avviene il vero boom edilizio di Scampia. La sua costruzione risale all’opera dell’INA-Casa, un progetto di edilizia operaia attivo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Quando prende in carico questo compito, la condizione è attrezzare Scampia di un centro sociale e culturale, cioè una cosiddetta opera di urbanizzazione secondaria.
A raccontare tutto questo c’è Monica, attivista e portavoce del Gridas. Quando passa dalla premessa storica ai primi giorni del centro, la sua espressione si fa più dolce. “Tutto nasce da Felice, Mirella, Franco, Mario e tanti altri: individuarono questo spazio come possibile sede per la loro associazione culturale”.
In effetti, prima dell’abbandono, era stato una biblioteca e uno spazio dedicato ai servizi sociali; dopo, attorno all’opera del muralista Felice Pignattaro, iniziò a strutturarsi l’attività del Gridas, acronimo di Gruppo di Risveglio dal Sonno. Promuoveva l’utilizzo dell’arte per comunicare ciò che non ci piace e ciò che invece vorremmo: in sintesi, il riscatto della periferia e degli ultimi. In un contesto in cui la popolazione di Scampia era formata in grande prevalenza da sfollati, il sentimento generale era di sradicamento identitario; l’identità contadina pre-esistente mal si incontrava con quelle più urbanizzate degli sfollati.
Così, dal 1983, i compagni e le compagne del Gridas iniziarono la tradizione del carnevale che, oltre che rispondere a questa esigenza, era un “modo per attraversare il quartiere e per risvegliare le coscienze attraverso un discorso politico ed ecologista”: tutti i carri, infatti, sono realizzati con materiali di scarto e sfilano seguendo un tema di critica scelto per l’anno in corso.
Così, grazie a questa tradizione e alle varie iniziative portate avanti nel quartiere – soprattutto nelle scuole, il Gridas è gradualmente diventato uno spazio culturale, uno spazio artistico, ma anche uno spazio politico. La sua attività ha fatto da apri fila all’associazionismo di quartiere, soprattutto a quello incentrato sulla rigenerazione urbana.
Nonostante sia indiscutibile l’apporto che il Gridas ha dato negli ultimi quarant’anni a Scampia, neanche questa realtà è stata risparmiata dalle ultime tendenze repressive della destra al governo, come quelle già menzionate. A metà novembre la Corte di Appello ha notificato al Gridas la sentenza di accusa di occupazione, lasciando avviliti gli attivisti e le attiviste del centro. Monica afferma che “abbiamo sempre cercato un dialogo con le istituzioni, a volte ci siamo riusciti, altre volte purtroppo no, tanto è vero che Manfredi è da quando si è insediato che proviamo ad incontrarlo, senza successo”.
L’oggetto della discussione sarebbe lo status attuale del Gridas: attualmente risulta nel patrimonio dell’ACER – Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale (ex IACP). Lo spazio ha già affrontato un primo processo di natura penale dal 2010 al 2013, già vinto in quanto il fatto non sussisteva: era stato pensato per un centro sociale e tale è rimasto grazie al lavoro di attivisti e attiviste. L’accusa di occupazione senza titolo era decaduta.
Dal 2015 al 2025, però, un nuovo processo – questa volta di natura civile – ha coinvolto il Gridas. La sentenza finale, arrivata durante il periodo natalizio scorso, non ha permesso al collettivo di organizzarsi per chiedere un ricorso alla Cassazione. Il centro sociale si trova oggi al centro di una complessa disputa burocratica che affonda le radici negli anni Sessanta. Proprio la costruzione del quartiere da parte di Ina Casa prevedeva il passaggio del centro sociale al patrimonio comunale, in quanto opera di urbanizzazione secondaria.
Tale transito non è mai stato formalizzato, lasciando l’immobile non accatastato e, dopo l’accusa mossa al Gridas, acquisito nel patrimonio dell’Acer (Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale), innescando un vuoto giuridico che neppure la delibera della giunta De Magistris nel 2020 è riuscita a colmare. Oggi, una sentenza giudiziaria riconosce l’Acer come unico proprietario, etichettando l’esperienza del Gridas come un’occupazione abusiva e aprendo le porte a uno sgombero imminente che potrebbe essere eseguito dalla forza pubblica da un momento all’altro.
Di fronte all’impossibilità tecnica di procedere con un ricorso in Cassazione, gli attivisti hanno deciso di abbandonare la via giudiziaria per intraprendere una decisa mobilitazione politica. L’obiettivo è forzare un dialogo tra Regione, Comune e Acer, per ottenere un riconoscimento ufficiale che vada oltre le semplici attestazioni di stima ricevute finora. Attraverso appelli mediatici e la richiesta di un incontro urgente con i vertici regionali, il Gridas punta a una soluzione concordata che tuteli il valore sociale dello spazio, trasformando una contesa di carte bollate in una scelta politica di salvaguardia di un presidio territoriale storico. Monica si domanda: “Si possono spazzare via così in un colpo 45 anni di attivismo in un quartiere dove non c’era nulla? Cosa ci sarebbe stato qui se non ci fosse stato il GRIDAS?”. In assenza di altre possibilità, il Gridas ha deciso di lanciare una petizione, che si può firmare qui. Gli attivisti e le attiviste, nonostante la difficoltà del momento, si sono detti felici di aver riscontrato tanta solidarietà.
Autore
Sara Marseglia
Autrice
Laureata in Scienze Politiche, oggi studio Organizzazione dei Media, dell’Informazione e delle Culture. Ho iniziato a scrivere perché faccio troppe domande alle persone e volevo metterle da qualche parte. Sono nata nella generazione giusta perché amo i meme e Internet


