“Fritz Lang 50” – La proiezione di “Metropolis” apre la rassegna

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Il Palazzo delle Esposizioni di Roma ha aperto ieri sera una rassegna retrospettiva dedicata a uno dei più grandi Maestri della storia del cinema: Fritz Lang, esponente di prim’ordine dell’avanguardia incarnata nel secolo scorso dall’Espressionismo tedesco (assieme ad altri fondamentali registi del calibro di Friedrich Wilhelm Murnau e Georg Wilhelm Pabst).

“Fritz Lang 50”
– questo il nome scelto per l’evento (a sinistra, NdA)celebra il cinquantennale della scomparsa del regista austro-statunitense con una selezione di pellicole realizzate da Lang nel corso della sua vita, in una serie di appuntamenti serali a ingresso libero che dureranno fino al prossimo 29 Marzo.
Un ciclo di proiezioni che permetterà al pubblico di poter
scoprire o riapprezzare alcune tra le opere più celebri e importanti della cinematografia di Fritz Lang, dai film muti legati all’Espressionismo tedesco fino ai successivi lavori del periodo hollywoodiano tra il genere western e il noir.

La rassegna cinematografica, organizzata in collaborazione con il Goethe-Institut di Roma e il Forum Austriaco di Cultura Roma (oltre ai contributi offerti dalla Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung di Wiesbaden, dagli archivi della Deutsche Kinemathek di Berlino e dalla Fondazione Cineteca di Bologna), si è aperta con la proiezione di quello che incarna maggiormente – almeno per chi scrive – la potenza simbolica e la maestria artistica di Fritz Lang: il capolavoro “Metropolis” (1927), presentato al pubblico nella sua migliore versione restaurata esistente.


Fotogrammi del futuro immaginato negli anni ’20 – La trama di “Metropolis”

“Aforisma: Il mediatore fra il cervello e le mani dev’essere il cuore!”
(“Metropolis”, di Fritz Lang [Germania,1927])

Grazie alla incredibile scoperta avvenuta nel 2008 al Museo del Cine di Buenos Aires (Argentina), che ha permesso il ritrovamento di materiale del montaggio originale del film (circa ventiquattro minuti in pellicola 16mm tratti dal negativo in 35mm), il restauro del film compiuto nel 2010 dalla Fondazione Murnau e dalla Deutsche Kinemathek (e distribuito e diffuso in Italia dal 2015 grazie alla Cineteca di Bologna) ha permesso di ricreare quasi del tutto il montaggio voluto dal regista viennese nel 1927, quando il suo film venne proiettato per la prima volta a Berlino.

Brigitte Helm in uno scatto di Horst Von Harbou utilizzato per la prima pagina del settimanale britannico “Picture Show” del 1° ottobre 1927 (fotografia di Horst von Harbou).
Fonte immagine: Wikimedia Commons (opera di pubblico dominio)

Tratta dal soggetto originale dell’attrice Thea Von Harbou (al tempo moglie di Fritz Lang), l’opera è ambientata nel distopico futuro del 2026 in cui la città di Metropolis s’innalza con energica vitalità in tutta la sua magnificenza architettonica fatta di immensi grattacieli, grandi strade piene di vetture, biplani in volo e luci elettriche.
Uno scenario di opulenza dietro al quale si nasconde una brutale realtà: dietro – o per essere più precisi “sotto” – allo sfarzo della città, infatti, si anima il motore pulsante di Metropolis, ovvero la “Città degli Operai” costruita nelle viscere della terra per le classi meno abbienti che vengono sfruttate senza il minimo scrupolo dal padrone di Metropolis, Johann “Joh” Fredersen (Alfred Abel).

È in questo insieme che si inserisce la figura principale del figlio di Joh, Freder (Gustav Fröhlich), che in un momento conviviale con membri dell’alta società di Metropolis si ritrova ad incrociare il proprio sguardo nell’affascinante volto di Maria (Brigitte Helm).
L’incontro con la donna lo colpisce al punto da portarlo a cercarla sotto terra, facendosi largo tra i grandi macchinari
situati all’interno della Città degli Operai che vengono manovrati senza sosta dagli operai fino allo sfinimento o alla loro morte.

La visione di una “moderna e futuristica” Babele da raggiungere a qualunque costo è osteggiata tanto da Freder quanto dagli abitanti del sottosuolo, che nel culto della figura di Maria cercano un conforto rispetto alle angherie del “padrone” Joh, il quale si affida in ultima istanza ai servigi di Rotwang, l’Inventore (Rudolf Klein-Rogge) per mettere in atto un piano audace: stroncare dall’interno la ribellione covata dagli operai, attraverso la corruzione della loro guida iconica grazie a un prodigioso doppelgänger tecnologico costruito da Rotwang, l’“Uomo-Macchina”.


Rileggere “Metropolis” quasi un secolo dopo…

Questa versione restaurata e ampliata di “Metropolis”, con le sue due ore e mezza di durata, ha permesso al variegato pubblico presente in sala di avvicinarsi di molto al racconto immaginato originariamente nel 1927 dai coniugi Lang (al netto della grande scoperta argentina del 2008, si ritiene infatti che la pellicola originale sia andata perduta per sempre durante la Seconda Guerra Mondiale), approfondendo anche alcuni elementi narrativi della trama che sono stati tagliati o drasticamente ridotti nei numerosi montaggi susseguitisi nel corso di questi novantanove anni (per fare un esempio celebre, la versione “a colori” del film rilanciata nel 1984 con la colonna sonora elettronica di Giorgio Moroder durava appena ottantaquattro minuti).

Si possono spendere molte parole e molte pagine per poter descrivere quanto quest’opera abbia lasciato il segno nella storia del cinema (e non solo) per il suo essere stata pura avanguardia artistica e culturale, ma preferisco partire da un aneddoto personale e in apparenza “slegato”: un video sui social media apparso per puro caso nelle settimane antecedenti a questo evento, che analizzava “come un film del 1927 avesse previsto il 2026” nel rappresentare la società odierna e – in essa – le sue criticità, dalla sperequazione socio-economica fino ad arrivare alle nuove frontiere del progresso tecnologico, con i suoi pregi ma soprattutto i suoi rischi correlati.
Una chiave di lettura che ha certamente catturato la mia attenzione ma su cui è utile al contempo fare dei distinguo: primo tra tutti, il ricordare e contestualizzare “Metropolis” come un’opera colossale ma pur sempre “figlia del suo tempo, ovvero di quei ruggenti Anni Venti che stavano per volgere drammaticamente al termine, stroncati dal “Crollo di Wall Street” del 1929.
Quel decennio di vitalità e fermento, di dinamismo culturale nonché di ritrovata spensieratezza anticonformista che animò – anche se per poco tempo- il mondo emerso dalle dilanianti lacerazioni del primo dopoguerra.
Elementi che ritroviamo nella visione immaginata dal regista della
società del futuro e nei suoi usi e costumi, elementi che al contempo – nella realtà quotidiana di Fritz Lang (impiegò due anni per la realizzazione del suo capolavoro espressionista) – vedevano la società di allora come ignara della genesi dell’ideologia nazionalsocialista nella fragilissima Repubblica di Weimar.

Uno scatto del 1926 realizzato da Horst von Harbou sul set del film “Metropolis” ritrae Brigitte Helm nella trasformazione nella Maschinenmensch (fotografia della Collection of La Cinémathèque française).
Fonte immagine: Art Blart/Wikimedia Commons (opera di pubblico dominio)

Nella pellicola la critica sociale è chiaramente presente e riflette anche quanto si respirava al tempo tanto nella Germania weimariana quanto altrove (la contrapposizione tra le ristrette cerchie elitarie e le masse non è una prerogativa unicamente marxista, basterebbe rivedere il pensiero di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto), ma vanno tenuti in considerazione anche gli altri strati di comprensione dell’opera di Lang. Un esempio? La sua componente teatrale e tragica, come riscontrato nella sua struttura in tre atti, portatrice nello stesso tempo sia di una visione cupa e deflagrante che di un messaggio di speranza (l’incipit iniziale e conclusivo dell’opera che auspica la comunione d’intenti tra “il cervello” e “le braccia” della società).

In secondo luogo, l’enfasi posta sul progresso tecnologico è interessante ma anch’essa è da calare nell’ottica del contesto storico, sebbene porti con sé delle riflessioni attuali: rivedere “Metropolis” permette infatti di apprezzare (o riapprezzare) come l’immaginazione dei Lang abbia anticipato di decenni i racconti fantascientifici sulla robotica di Isaac Asimov con la creazione della Maschinenmensch, l’Uomo-Macchina.
Un “androide ante litteram costruito con un composto di pasta di legno e carta pesta tinteggiato di vernici “metalliche” (uno dei più sorprendenti effetti speciali presenti nel film) che diventa pioniere e prototipo di un universo tecnologico sviluppato dall’Uomo nel secolo successivo, un essere capace di prendere le sembianze della nobile Maria per tramutarsi nella sua nemesi: una “Semiramide art déco” capace di far risvegliare gli istinti più morbosi negli uomini e di fomentare la rivolta contro lo status quo.

Le idee della cultura propriamente fantascientifica (in letteratura come nel cinema e nella televisione), al pari delle implementazioni tecnologiche realizzate oggi (es. robotica, Intelligenza Artificiale, finanche le teorie transumaniste) partono anche dagli spunti offerti quasi un secolo fa da Fritz Lang nella sua opera cardine, che lo colloca a pieno titolo tra le figure intellettuali di riferimento nel genere al pari di autori del calibro di Jules Verne e Herbert George Wells.


Un invito a (ri)scoprire “Metropolis”

Capolavoro di epica e avanguardia? Emblema precursore della fantascienza? Opera veggente? Per chi scrive “Metropolis” di Fritz Lang è stata e continua ad essere la risposta a queste domande e a molte altre.
Un film che è
un patrimonio incancellabile della storia del cinema (e non solo), ispirazione nei decenni successivi per la musica contemporanea (es. Kraftwerk, Queen, Giorgio Moroder e Freddie Mercury solo per elencare alcuni tra gli artisti e i gruppi maggiormente legati all’opera di Fritz Lang), un’opera che quindi non può assolutamente mancare nella personale filmografia di ognuno di noi.
C’è ancora tempo per poter apprezzare la visione della pellicola all’interno della ricca retrospettiva dedicata al regista viennese (la replica è fissata per il prossimo
21 marzo), ciò che resta da aggiungere è quindi il personale invito a fruire della visione un caposaldo della cinematografia di tutti i tempi, al pari di quella che è l’opera maggiormente rappresentativa della cinematografia di Fritz Lang.

Uno scatto fotografico di Horst von Harbou dal set di “Metropolis” ritrae il fondale della città di Metropolis con la grande Torre di Babele sullo sfondo (fotografia di Horst von Harbou).
Fonte immagine: Art Blart/Wikimedia Commons (opera di pubblico dominio)

Nell’immagine di copertina: “Uno scatto dal set del film “Metropolis” di Fritz Lang realizzato nel 1926 da Horst von Harbou”.
Fonte immagine di copertina: Rare Historical Photos / Wikimedia Commons (opera di pubblico dominio)

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