Possiamo salvarci dal nostro “Eurosuicidio”? L’incontro al MONK con Gabriele Guzzi

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Sono passati trentaquattro anni dalla firma del Trattato di Maastricht, il documento che all’interno del continente europeo sancì l’epocale passaggio di testimone tra l’allora Comunità Economica Europea e la neonata Unione Europea con il suo progetto di integrazione rafforzata tra Stati.
Un momento
figlio del suo tempo e di un mondo da poco fuori uscito dagli schemi della Guerra Fredda, che nell’Europa trovava un’area coinvolta e colpita nel profondo tra il processo di riunificazione della Germania post-crollo del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica e che allora si ritrovava a osservare anche le tensioni sempre più esplosive nell’area dei Balcani.

A distanza di trentaquattro anni da quel 7 febbraio 1992, nel passaggio tra vecchio e nuovo millennio carico di sfide ma soprattutto delle numerose crisi che ne sono susseguite, cresce sempre di più la necessità di guardare a quel momento storico con un approccio del tutto libero da ”obnubilanti dogmie analizzare una realtà alquanto scomoda, specialmente per il nostro Paese: il “sogno” di Maastricht si è tramutato in un incubo, divenuto ancora più profondo – con tanto di “firma in calce” – in seguito alla ratifica europea del Trattato di Lisbona (2007-2009).

Dove vanno ritrovate le cause e le responsabilità di questa scelta autolesionistica che ha trasformato l’allora quarta/quinta potenza economica mondiale in quello che metaforicamente parlando (ma non troppo) potremmo descrivere come un paziente cronico lungodegente curato” da un’equipe di medici “cerebralmente defunti” [1]?
Esistono ancora delle speranze di potersi
salvare da un “eurosuicidio”?


La presentazione di “Eurosuicidio” al MONK di Roma

Gabriele Guzzi, “Eurosuicidio – Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci” (Fazi Editore, 2025)

“Gabriele Guzzi ha tra gli altri meriti quello di trattare Maastricht per quello che sarebbe dovuto essere per i suoi esoterici sacerdoti: un esperimento antropologico.”
(Lucio Caracciolo, dalla prefazione di “Eurosuicidio”, pag. X) 

Sono molte le domande che potrebbero sorgere nel momento in cui si volesse cercare di tracciare una “diagnosi socio-economica” del legame ultratrentennale tra l’Italia e l’Unione Europea.

C’è chi le ha poste come basi per lo sviluppo di un saggio critico-analitico il cui titolo presenta da subito un messaggio dal fortissimo impatto comunicativo, e che fornisce riferimenti e dati tangibili al lettore a supporto di un’opera panoramica capace di spaziare tra storia, filosofia, economia, geopolitica e persino la “teologia” in modo chiaro e diretto.

Tutto questo è raccolto all’interno di “Eurosuicidio – Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci” (a destra, NdA), prima opera saggistica pubblicata lo scorso novembre dall’economista e scrittore Gabriele Guzzi per Fazi Editore e presentata ieri sera al MONK, nella tappa romana di un più ampio ciclo di eventi pubblici che nei prossimi mesi raggiungeranno le principali città italiane.
La presentazione del libro di Guzzi, moderata dal giornalista della rivista
“La Fionda” Giulio Di Donato, avrebbe dovuto prevedere anche la partecipazione – saltata all’ultimo – del direttore della rivista geopolitica Limes” Lucio Caracciolo, che ha avuto modo di curare la prefazione dell’opera.  

Al netto dell’inconveniente, l’evento ha comunque visto una grande partecipazione e seguito di pubblico, segnali che denotano l’interesse crescente e, soprattutto, trasversale nelle opinioni attorno a quello che si sta affermando come un importante successo editoriale in termini di vendite (è già partita una prima ristampa a pochi mesi dall’uscita).


“There is NO alternative” ? – Un dibattito critico sull’assetto comunitario (e non solo)

Quali sono allora i punti fondamentali della critica presentata da Gabriele Guzzi (a sinistra, NdA) alla storia dell’Unione Europea, al suo attuale assetto politico-istituzionale e alla moneta unica, in un contesto in cui ancora oggi una seria messa in discussione delle fondamenta costitutive della UE risulta essere un tabù capace di stigmatizzare chi ne parla?

L’evento di ieri sera ha cercato di rispondere a molte domande sorte attorno al lavoro dell’economista e docente di
Storia Economica all’Università di Cassino che pone enfasi su alcuni punti focali.
In primo luogo, nel dialogo tra Gabriele Guzzi e Giulio Di Donato è emerso come
la crisi endemica che ha travolto il continente europeo e – in particolar modo – il nostro Paese “non sia un fatto naturale” ma bensì “la diretta conseguenza delle scelte politiche portate avanti negli ultimi trent’anni” nell’accorpare e farsi carico di porzioni sempre più ampie della sovranità dei singoli Stati europei all’interno di un’unica istituzione centrale, la cui struttura avrebbe dovuto incarnare una miglior rappresentanza delle istanze democratiche europee ma che invece, con il tempo, si è tramutata in un emblema asimmetrico della tecnocrazia.

L’aggravante italiana, in merito alla quale l’autore attribuisce enormi responsabilità alla classe politica e dirigente degli ultimi trentaquattro anni (senza distinzioni tra forze liberali, conservatrici e progressiste), è che l’abbraccio italiano al vincolo esterno dell’Europa di Maastricht ha origini anteriori, collocate da Guzzi negli eventi intercorsi nel quadriennio tra il 1978 e il 1984, dapprima con l’assassinio di Aldo Moro (1978), quindi con l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo (SME) dell’anno seguente e, infine, con il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro sancito nel 1984 che portò alla fine dell’acquisto di titoli di stato italiani (la c.d. “monetizzazione del debito”) che vennero così immessi sul mercato finanziario.


Tra “la fine di un ciclo storico” italiano e la situazione attuale

“L’Italia oggi è un’economia non-morta. Ma nel capitalismo, non-morta vuol dire non-viva. [..]
Viviamo in una zombizzazione della società italiana: sia l’economia che la politica sono non-morte.”
(Gabriele Guzzi, “Eurosuicidio”, cap.1, pagg 11-12)

Secondo l’opinione di Gabriele Guzzi, l’insieme di eventi avvenuti tra il 1978 al 1984 risulta essenziale per poter comprendere quanto avvenne con la firma del Trattato di Maastricht, che era figlio di un’epoca influenzata anche dalle (fallimentari e mai avverate) profezie per una sempre più vicina “fine della Storia”.

“Non ho mai visto, a livello di dati macroeconomici a lungo termine, un caso come quello del nostro Paese”, ha affermato Guzzi nella serata di ieri riportando, dati numerici alla mano, il tracollo del sistema-Paese attraverso la lettura della crescita del PIL italiano.
Se dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta si è stimata una crescita complessiva dell’Italia pari al 410% del proprio prodotto interno lordo (dal Piano Marshall statunitense e dal conseguente primo boom economico italiano al secondo periodo di crescita esponenziale durante gli anni Ottanta), la crescita complessiva rilevata dall’anno della firma del Trattato di Maastricht ad oggi è di appena il 4,6% in più (tenendo conto della crisi legata all’attacco speculativo alla lira del
16-17 settembre 1992, l’avvento dell’euro come moneta unica europea, la crisi economica globale del 2007-2009, la crisi del debito italiano del 2011-2012 e – da ultimo – gli anni della pandemia da COVID-19).
Riportando le parole dell’autore del libro, si parla di “trent’anni di stagnazione economica rispetto al resto dell’Europa”, laddove l’Italia partiva in posizione di parità o vantaggio competitivo rispetto alle economie di superpotenze come quella statunitense, ma anche di paesi come Regno Unito, Francia e Germania.

Una fotografia economica che dà il senso della “zombizzazione” italiana indicata da Guzzi nel suo saggio, dove ”l’adesione acritica al processo di integrazione europeo” portata in essere dalla classe dirigente in Italia ha sovvertito un modello socio-economico di stampo keynesiano che, al netto delle sue imperfezioni esistenti, traeva la propria forza e vitalità su quelle basi universalistiche che sono state coscientemente erose nei decenni a favore delle ricette di stampo neo-liberale.


Come salvarsi dalla marginalità e dall’irrilevanza?

A distanza di trentaquattro anni, il nostro Paese paga dunque più di altri attori nel continente europeo le conseguenze di scelte discutibili, dettate da quello che Gabriele Guzzi ha definito e in più occasioni rimarcato come “messianismo monetario” dell’euro, in una più ampia “teologia politica dell’euro”, dove la moneta unica ha rappresentato e tutt’ora rappresenta l’apparente strumento di unità d’intenti in un contesto fortemente frammentato (in particolar modo dopo l’allargamento dell’Unione Europea verso est) nel quale per molto tempo l’assetto “a due velocità” dell’Eurozona ha fatto le fortune dell’asse franco-tedesco e dei c.d. “paesi frugali” a discapito dei disprezzati “PIIGS” [2]).

In un’analisi tanto lucida quanto brutale da parte dell’autore di “Eurosuicidio”, se nell’ambito culturale e accademico come – questo in prevalenza – nel nostro “chiacchiericcio politico” (così definito da Guzzi nel dibattito di ieri) è possibileparlare dell’ultimo gossip partitico” ma mai delle “conseguenze nefaste del processo d’integrazione europea” [3], in quale modo si può trattare una questione così spinosa senza cadere in una retorica fine a sé stessa ma presentando argomentazioni coraggiose che possano stimolare la riflessione e la coscienza critica del lettore?
Come si può sovvertire un declino che sembra così inarrestabile come quello che sta portando il continente europeo a “una totale marginalità geopolitica”, proprio mentre le manovre delle grandi potenze sono intente a definire i parametri di un secondo “nuovo ordine mondiale” [4]?

Le soluzioni indicate dall’autore del saggio anche in occasione del dibattito al MONK vertono anzitutto sulla necessità di “una grande rivoluzione culturale” in seno alla nostra popolazione che possa vedere riunita (e non divisa) sia la c.d. “Generazione Maastricht” che quella dell’Erasmus.
Un’unione d’intenti intergenerazionale a fronte di chi vorrebbe mantenere la status quo nella contrapposizione e nello scontro contro il dogma europeista, per il quale in molti, nelle ultime settimane, hanno attaccato proprio l’autore del saggio.
“Mi hanno accusato di essere di destra”
– ha dichiarato Guzzi – “mi hanno accusato di essere di sinistra, ma io voglio essere altrove”.   


Note e ulteriori riferimenti

[1] In merito si rimanda a Lucio Caracciolo, “Come ricostruire l’Unione perduta” (Limes, 03/03/2025, data di ultima visualizzazione 07/02/2026)

[2] “PIIGS” è stato l’acronimo con cui per molto tempo veniva indicato il gruppo di paesi “spendaccioni” composto da Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

[3] Gabriele Guzzi, “Eurosuicidio” (Fazi Editore, 2025), cap.1, pagg.12-13

[4] Queste le parole indicate dal Primo Ministro canadese Mark Carney in occasione dell’incontro bilaterale del 15 gennaio scorso con il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

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