«Non sono sessista, ma...» è solo una grande bugia e, in fondo, vuol dire essere i più sessisti di tutti

Tutte le frasi formulate con la seguente struttura sintattica provano ufficialmente che la persona che le pronuncia è appartenente al gruppo in questione: «non sono razzista, ma i rom potrebbero anche essere più civili», «non sono omofobo, ma i gay potrebbero risparmiarsi le effusioni in pubblico», «non sono sessista, ma Giorgia Meloni meritava molti degli insulti ricevuti». È questo che, in soldoni, ha espresso Selvaggia Lucarelli, con un suo post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, in cui affermava «Non esprimerò alcuna solidarietà a Giorgia Meloni. E non la esprimerò nonostante mi faccia orrore il linguaggio del professore Giovanni Gozzini». Cara Selvaggia: forse il linguaggio di Giovanni Gozzini non ti fa poi così schifo se lo ritieni da condannare in tutti i casi ma non in quello specifico dell’onorevole Giorgia Meloni, non ti fa poi così orrore se lo giudichi un comportamento sbagliato ma in qualche modo giustificato in questa situazione particolare, come d’altronde fanno tutti i razzisti e gli omofobi, tutti gli stupratori e i pedofili per sentirsi in pace con le proprie azioni. Non sono sessista / omofobo / stupratore, però quella volta lo meritava…

Misoginia, paternalismo e intellettualismo

Ma procediamo per gradi. Accade che durante una trasmissione radio, Giovanni Gozzini, professore di storia dell'Università di Siena, si riferisce alla deputata di Fratelli d’Italia con appellativi quali “vacca, scrofa”. Gli insulti di Gozzini sono in realtà solo la punta di un iceberg, una montagna di battute oscene e parolacce che da anni Giorgia Meloni riceve senza alcuna difesa da parte degli esponenti politici del nostro Paese. Si tratta di commenti sessisti e maschilisti, spesso rilasciati pubblicamente, come quando il giornalista Andrea Scanzi (Il Fatto Quotidiano), durante una trasmissione andata in onda su La7, aveva dichiarato: «Meloni urli meno, Montecitorio non è il mercato del pesce» La Meloni aveva risposto a tono, svelando tutta l’ignoranza celata dietro le parole di Scanzi: «Pd e M5S schifano la gente comune, a me da donna del popolo non dà fastidio ma una cosa voglio dire: c’è gente che fa un lavoro nobile come vendere il pesce e c’è gente che fa un lavoro ignobile come comprare le persone in Parlamento». L’accusa si è ritorta contro l’accusatore: non solo un errore misogino, mirato ad attaccare la persona nella sua integrità e autonomia piuttosto che per la sua politica o per le sue idee, ma soprattutto un errore che mostra ancora un grande e pericoloso paternalismo da parte della politica e del giornalismo italiani nei confronti di chi appartiene alle categorie “più basse”, “più umili”, della nostra società.

Antonio Gramsci spiegava questo fenomeno affermando che la vicinanza tra gruppi di intellettuali e popolo, nella storia, era proprio ciò che determinava, nelle varie epoche, i momenti in cui la classe al potere godeva di maggiore consenso da parte dei suoi cittadini. Al contrario, quando intellettuali e popolo sono più distanti, quando la classe dominante non è in grado di attrarre a sé nuovi intellettuali, si creano grandi fratture tra potere politico, dunque dominio, e consenso civile, ed è proprio così che, per Gramsci, si sono aperte tutte le grandi crisi della storia che hanno segnato la decadenza delle varie epoche.

Questa necessità di mostrare come l’atteggiamento della Meloni assomigli a quello di pescivendoli, fruttivendoli, ovvero della gente comune, segna, infatti, una grande ferita aperta nel nostro Paese tra chi comanda, chi gestisce gli strumenti della cultura (giornalisti, politici ecc.) e le persone che abitano la società civile. Un paternalismo di fondo, dunque, che vuole denigrare “l’ignoranza”, che vuole far sentire il pescivendolo da meno non per quello che dice, in qualunque forma egli lo dica, ma per come lo dice, perché lo dice urlando. È così che la Meloni, invece di essere attaccata per i contenuti delle sue dichiarazioni e delle sue interviste, invece di essere controbattuta alla pari, equamente, viene derisa per i suoi modi, per i suoi «ao», segnando ancora una grandissima incapacità da parte della sinistra italiana di avvicinarsi all’elettorato popolare, che sicuramente parla un linguaggio molto più vicino a quello di Giorgia Meloni che a quello dei professori universitari. Un intellettualismo completamente sbagliato, che non fa cultura, ma fa piuttosto ignoranza, che è incapacità di andare oltre l’accidentale, inadeguatezza a comprendere un contenuto oltre la forma, un pensiero oltre il dialetto.

La signora Lucarelli dovrebbe ricordarsi che sono proprio quelli che «non sono razzisti ma…» a costituire il grande problema del razzismo, il motivo per cui il razzismo oggi è ancora qualcosa di reale: quelli che, con la loro vigliaccheria, con il loro voler dire qualcosa ma volerlo anche celare dietro una faccia pulita, non permettono a tutti di riconoscerli come razzisti. E se ci pensiamo bene, quante volte abbiamo sentito l’espressione «non sono razzista ma…» accostarsi proprio ai messaggi più razzisti?

Che gli insulti contro Giorgia Meloni non siano, allora, l’ennesima occasione per concedere spazio alla diffusione di contenuti sessisti, ma siano il modo per denunciarli, perché «io non sono sessista, ma» è solo una grande bugia e, in fondo, vuol dire essere i più sessisti di tutti. Tutta la mia solidarietà a Giorgia Meloni.

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