L’emergenza carceri è ormai permanente

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Leggere il XXI Rapporto Antigone sulle condizione di detenzione in Italia significa entrare in un luogo che mostra la fragilità democratica del nostro Paese. Il rapporto restituisce un’immagine nitida e inquietante, quella di un sistema sovraccarico, incapace di garantire i diritti – soprattutto per le popolazioni più vulnerabili – e privo di strumenti adeguati ad affrontare il tema della salute mentale.

Come scrive Antigone, il carcere è uno spazio dove tutto diventa numero, ma quelle statistiche, quei numeri, sono storie reali. Basato sui dati raccolti durante 95 visite in istituti penitenziari in tutte le regioni italiane, il dossier documenta gravi carenze strutturali e una crisi profonda sul tema della salute mentale: il rapporto non è così solo uno strumento tecnico, ma un grido politico.

Il primo dato fornito è quello sul sovraffollamento, che dipinge un sistema che ormai vive da anni in uno stato di emergenza permanente, che è così diventato normalità. Al 30 aprile 2025, le carceri italiani ospitano 62.445 detenuti, un numero che supera di gran lunga la capienza regolamentare. Secondo i dati prodotti da Antigone, la popolazione detenuta sta crescendo dell’equivalente di un nuovo carcere ogni due mesi (ca. 160 nuovi detenuti al mese), chiaro segnale di un problema strutturale. 

Il tasso medio di affollamento effettivo corrisponde al 133%, ma in alcune strutture aumenta drasticamente, con vette del 220% a Milano San Vittore e del 212% a Foggia. Questo significa celle progettate per due o tre persone abitate invece da cinque o sei detenuti. Tutto ciò si traduce in maggiori conflitti che, da piccole tensioni per gli spazi quotidiani, si trasformano potenzialmente in episodi di violenza. Il sovraffollamento è alimentato in larga parte dalla recidiva, che rappresenta il fallimento sistemico del carcere come strumento di risocializzazione.

Non è soltanto una questione di numeri, ma anche di condizioni strutturali e igienico-sanitarie inaccettabili: secondo le visite dell’Osservatorio di Antigone fatte nel corso del 2024, nel 31,6% dei casi c’erano celle in cui non erano stati garantiti nemmeno i 3mq calpestabili a persona; nel 45,3% degli istituti visitati vi erano celle in cui non era disponibile acqua calda per tutto il giorno e in ogni periodo dell’anno; nel 55,8% dei casi celle in cui non era presente la doccia; e 59 istituti di pena, pari al 62,1% del totale, presentavano spazi detentivi non in uso per ristrutturazione e inagibilità.

Tutto questo comporta conseguenze dirette sulla salute fisica e mentale dei detenuti, aumentando il rischio di malattie, contagio e disagio psicologico.

In questo scenario, le differenze tra istituti diventano ancora più evidenti. Alcune carceri riescono a gestire meglio la pressione, grazie a progetti educativi, spazi più ampi e personale più formato; altre, invece, diventano trappole di disperazione, dove la detenzione perde ogni funzione rieducativa e si trasforma in un’esperienza di pura sopravvivenza.

Infine, una considerazione importante: le carceri non sono piene perché arrivano più criminali, ma perché arrivano sempre più persone fragili, povere, marginalizzate, spesso in attesa di giudizio, senza alternative valide alla detenzione.

Gli stranieri rappresentano il 31,6% della popolazione carceraria, pari a 19.660 individui. Nonostante una propaganda xenofoba sempre più ricorrente, se si rapportano le presenze di persone straniere in carcere alle persone straniere libere, solo lo 0,4% del totale sta scontando una pena; così la narrativa  che vuole raccontare un’emergenza di criminalità legata alle persone straniere non è supportata dai dati. Al contrario, a fronte del crescere della popolazione straniera residente, il numero delle persone straniere in carcere si riduce.

Rispetto alla distribuzione geografica si nota una concentrazione maggiore nelle regioni del Nord, con il 20,8% di questi detenuti in Lombardia.

Come evidenzia il rapporto, il trattamento delle persone straniere in carcere è sintomatico di quello che è il pensiero maggioritario nel Paese: marginalizzazione ed esclusione dal territorio. Gli stranieri sono infatti generalmente soggetti a condizioni di detenzione più gravose rispetto agli italiani: sono sottoposti più frequentemente a custodia cautelare a causa di fattori strutturali legati soprattutto all’assenza di una rete familiare sul territorio e l’impossibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione. Il carcere diventa così quasi l’unica soluzione per chi è privo di riferimenti, aggravando il senso di isolamento e marginalità.

Un’altra importante criticità riguarda l’accesso ai servizi di mediazione. Sul totale dei detenuti stranieri presenti al 31 dicembre 2024, ogni 100 detenuti sono presenti soltanto 1,7 mediatori, un numero insufficiente a garantire la giusta comprensione e comunicazione rispetto a procedure legali, diritti e norme interne. 

In altre parole, il carcere italiano non è equo: gli stranieri spesso vi arrivano non solo per un reato, ma perché la società e le istituzioni non offrono alternative concrete. In un contesto di sovraffollamento, barriere linguistiche e carenza di mediatori, la detenzione diventa quindi un luogo di ulteriore marginalizzazione, con effetti profondi sulla dignità, la salute mentale e le possibilità di reinserimento.

Un’altra categoria fragile su cui vale la pena concentrarsi è quella dei minori. Negli ultimi due anni, la detenzione minorile nel nostro Paese è aumentata senza precedenti. Se alla fine del 2022 i minori presenti negli Istituiti Penali Minorili (IPM) erano 381, alla fine del 2024 sono saliti a 587, un aumento pari al 54%. 

Importante nel contesto della carcerazione minorile è stata anche l’introduzione del Decreto Caivano, che prevede il trasferimento – in chiave punitiva –  degli ultra-diciottenni dal circuito minorile ai carceri per adulti, interrompendo così bruscamente il percorso educativo del ragazzo e pregiudicandone enormemente il recupero. 

Anche nel caso degli IPM si verificano alti tassi di sovraffollamento, con punte del 200% a Treviso. 

Quasi metà dei minori presenti negli istituti è straniera: il 49,9%, quasi sempre non accompagnata e priva di reti sociali, aggravando così la situazione di marginalizzazione e fragilità. 

Un altro elemento preoccupante riguarda la psichiatrizzazione della detenzione minorile. Secondo un indagine di Altraeconomia, la spesa pro-capite per benzodiazepine e antipsicotici è drasticamente aumentata nelle carceri minorili. 

Infine, una sezione è dedicata anche alla popolazione femminile. Le donne rappresentano il 4,3% delle presenze, la maggior parte delle quali è ospitata in sezioni femminili all’interno di carceri maschili, spesso in numeri talmente ridotti da rendere impossibile qualsiasi attività organizzata. Non

solo le attività comuni sono quasi inesistenti, ma nel 46,4% degli istituti con sezione femminile visitati da Antigone nel 2024 non è prevista mai alcuna occasione di incontro. 

Un capitolo a parte riguarda le madri in carcere. Al 31 marzo erano 15 i bambini che vivevano in carcere con le loro 15 madri detenute – di cui 10 straniere – un numero inferiore rispetto al passato. 

Il c.d. Decreto Sicurezza ha abolito l’obbligo di rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con filgi sotto l’anno di età. In aggiunta, è stata introdotta la possibilità punitiva di sottrarre il bambino alla madre in caso di “condotta inadeguata”. Così, la detenzione femminile non riguarda solo le donne, ma diventa una questione familiare, che influisce direttamente sulla vita dei bambini, spesso senza alcuna rete di protezione esterna.

Il Rapporto Antigone dedica un focus specifico alla salute mentale dei detenuti, mettendo in luce un’emergenza che appare ormai fuori controllo. Il 2024 è stato l’anno con più suicidi in carcere di sempre: 91 i casi accertati. Il tasso di suicidio in carcere è di 14,8 casi ogni 10.000 detenuti, ovvero 25 volte superiore rispetto alla popolazione libera.

Le vittime hanno un’età media di 41 anni, ma un numero significativo di casi riguarda i più giovani: 32 suicidi nella fascia 20-29 anni. Ancora più significativo è il peso degli stranieri: il 45,2% dei suicidi ha riguardato cittadini non italiani, con un’incidenza quasi doppia rispetto agli italiani, sottolineando così quanto la detenzione amplifichi le fragilità di chi è già marginalizzato.

Il rapporto mette in evidenza il ruolo cruciale del regime detentivo: il 75% dei suicidi è avvenuto in sezioni a custodia chiusa, comprese le celle di isolamento. 

In questo focus, il rapporto non parla solo degli eventi critici ma anche degli atti di autolesionismo, che seguono la stessa tendenza. Nel 2024, tali episodi sono aumentati del 4,1% rispetto all’anno precedente, con una media di circa 21 atti ogni 100 detenuti. Antigone sottolinea la correlazione diretta tra affollamento e aumento delle pratiche autolesive: più i corpi sono ammassati, più cresce la sofferenza invisibile, spesso senza che nessuno possa intervenire in tempo.

Un secondo focus affronta la violenza istituzionale e i casi di tortura all’interno delle carceri italiane. Antigone documenta una vera e propria geografia dei processi per tortura, con episodi rilevanti a Viterbo, Torino, Reggio Emilia e Firenze.

Tra i casi più emblematici, quello di Reggio Emilia, dove video di sorveglianza hanno ripreso otto agenti mentre incappucciavano, denudavano e picchiavano un detenuto, lasciandolo poi ferito in una cella di isolamento per 40 minuti. A Siena, invece, è stata confermata in appello la condanna per tortura per un pestaggio avvenuto nel carcere di San Gimignano.

La Lombardia emerge poi come vero epicentro del fenomeno, con il più alto numero di procedimenti per abusi e l’unico caso italiano di tortura su minori presso l’IPM Beccaria, dove Antigone documenta pestaggi sistematici e l’uso di tecniche finalizzate a non lasciare tracce visive.

A questo si aggiunge un elemento legislativo critico: il nuovo Decreto Sicurezza ha introdotto il reato di rivolta penitenziaria, che criminalizza anche le forme di resistenza passiva. Secondo Antigone questa norma rappresenta il più grande attacco alla libertà di protesta, sottolineando la trasformazione del disagio detentivo in un reato ostativo, portando così ad un’ulteriore riduzione degli spazi di tutela dei diritti.

Tra suicidi, autolesionismo e violenza istituzionale emerge un unico filo rosso: la sofferenza invisibile dei detenuti è amplificata dalla sovrappopolazione, dall’isolamento, dalla carenza di supporto psicologico e dal ricorso eccessivo a misure punitive. Dietro i numeri ci sono corpi, storie e ferite che spesso nessuno ascolta: il carcere, in questi casi, diventa non solo luogo di detenzione, ma di ulteriore marginalizzazione e trauma, con effetti profondi sulla salute mentale di chi vi entra.Per concludere, vale la pena riportare una riflessione contenuta nel rapporto: il carcere ha smesso di essere un luogo di rieducazione – ex art. 27 Cost. – per diventare una “polveriera”. La risposta governativa, basata su inasprimenti penali e nuove costruzioni carcerarie, continua a non affrontare la radice strutturale della questione, risultando tardiva è insufficiente.

Autore

Giulia Ferrari

Giulia Ferrari

Autrice

Nata a Brescia, trapianta a Bologna per qualche anno, un po’ sradicata per scelta. Già con le valigie pronte per il prossimo altrove. Laureata in Sviluppo e cooperazione internazionale, sto aspettando di capire dove finirò tra qualche mese. Scrivo di persone, movimenti e diritti, cercando di dare spazio a ciò che spesso resta ai margini, ma soprattutto per mettere ordine nel caos, mio e del mondo. Quando non leggo o non faccio l’ennesimo trasloco, mi trovi con un caffè in mano a inseguire storie che valgono la pena di essere raccontate

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