“Hey! In realtà per farlo deve avere senso solo per me, non me la sento di spiegarlo a nessun altro”
È tradizione, ogni gennaio, scambiarsi idee e propositi per l’anno nuovo, anche su TikTok. Nonostante la giovane età degli utenti, la piattaforma non disdegna contenuti di questo tipo, che vengono accolti con particolare interesse dall’algoritmo.
Quest’anno uno di questi video è diventato un po’ più virale del previsto: non per il suo contenuto, ma per un commento lasciato da un utente di nome Tamara (@flylikeadove), che ha attirato l’attenzione. Nel su commento, Tamara condivideva un proprio proposito, scrivendo: “Sto prendendo 365 bottoni, uno per ogni giorno, perché voglio fare più cose e il tempo mi spaventa, quindi voglio esserne più consapevole”.
Perché proprio dei bottoni? Cosa avrebbe dovuto farne? Alle prime domande degli utenti Tamara ha provato a rispondere spiegando che l’idea era semplicemente quella di rendersi conto di quanto velocemente passano i giorni, ricordarsi che il tempo scorre e spingersi quindi a viverlo al massimo, divertendosi e facendo più esperienze. Ma le spiegazioni non hanno placato la curiosità, nei commenti continuavano ad arrivare richieste sempre più insistenti: bottoni da indossare? Da collezionare? Da usare in qualche rituale? Fai un tutorial?
È a quel punto che Tamara ha chiarito che il senso di quei 365 bottoni non doveva essere condiviso né giustificato, bastava che avesse un significato per lei. Quella frase, pensata per chiudere la conversazione, è ora diventata un nuovo trend su TikTok.
Il pubblico ha tentato subito di estrarre Tamara e di collocarla in un rituale tipico di internet. I commenti sotto ai soli due video pubblicati nel suo profilo personale (ora rimossi), sono per lo più delle richieste di tutorial, merch, challenge. La logica dietro a queste richieste fonda le sue radici nel capitalismo classico, dove se qualcosa funziona, va reso necessariamente scalabile. Il fatto che Tamara abbia dichiarato di essere minorenne e di non essere assolutamente interessata a ridurre la sua figura alla “ragazza dei bottoni”, rende il tutto ancora più inquietante, perché mostra quanto poca sensibilità abbiano gli utenti di internet, nello specifico di TikTok, abituati ai modelli e ai trend monetizzabili, in cui qualsiasi cosa che risulta attraente o interessante è anche – necessariamente – un prodotto.
Alcune persone hanno iniziato a interpretare l’idea di Tamara e dei 365 bottoni a modo proprio. C’è chi ha mostrato un barattolo pieno di bottoni da cui ne pesca uno al giorno, chi li ha incollati su una lunga striscia di nastro appesa al muro, chi li ha infilati in tasca come promemoria quotidiano. Alcuni di questi video hanno raggiunto milioni di visualizzazioni.
Le sue parole sono finite in post, grafiche motivazionali, persino in canzoni. Il caso dei 365 bottoni è l’ennesima dimostrazione di quanto velocemente un gesto ambiguo o apparentemente privo di senso possa essere assorbito dal web, trasformandosi in un linguaggio condiviso, seppur poco chiaro o intenzionalmente ambiguo.
Tamara ha rifiutato la pedagogia costante del web, che chiede sempre spiegazioni e tutorial, ha rifiutato la trasformazione del gesto in format e la conversione immediata di attenzione in capitale simbolico e economico. TikTok è una macchina che prende micro-intuizioni, personalità, hobby, routine e li trasforma in template replicabili. Tamara ha introdotto una prospettiva difficile da trovare sul web: “deve avere senso solo per me”, sebbene i social e l’algoritmo vivano di condivisione e replicabilità, una catena infinita di categorie scalabili e trasformabili in contenuti che generano guadagno.
Tamara, oltre a rifiutare un’etichetta, ha posto dei veri e propri confini che non cercano l’approvazione degli utenti che la elogiano. Le sue risposte sono apparentemente semplici e quasi scontrose, ma profondamente reali come quando risponde “ma non mi conosci” a chi la elogia, o quando replica “che lavoro?” quando qualcuno la ringrazia per il “suo lavoro”. Il web è abituato a concepire l’attenzione come merce di scambio in cui l’oggetto alternativo è la gratitudine: lei nega anche questo, evitando di cercare la monetizzazione dell’affetto e dell’interesse degli utenti.
Le persone che spingono Tamara a dare un senso al trend, diventato tale oltre i suoi desideri o intenzioni, dimostrano che il gesto acquisisce valore solo quando diventa contenuto e viene replicato in massa, in attesa di una legittimazione dall’autrice originaria. Il gesto, da solo, non basta: non produce senso finché non viene “autorizzato” da chi l’ha creato rendendolo un format.
L’immagine, oggi, non ha più bisogno di significare per circolare. La sua forza sta proprio in questa ambiguità, nella promessa implicita che qualcosa verrà chiarito e legittimato. Quando però il significato non arriva, non si apre uno spazio di libertà interpretativa, ma subentra una frustrazione collettiva che continua a replicare il gesto per non restare fuori dal flusso. Il trend del “six seven” è emblematico in questo senso. Non ha nessun significato, nessuno sa davvero cosa voglia dire, eppure è ovunque.
Le parole di Tamara (e lei stessa) sono diventate trend suo malgrado. Il pubblico è sentito in diritto di estrarre un significato inedito dal suo rifiuto di collaborare alle logiche di internet, o di riprodurle quando suggerite. Tamara non è una persona che non vuole prestarsi, ma “quella che non si presta”, che ha ristabilito un confine, che oltre lei – solitamente – viene riassorbito dal discorso collettivo e trasformato in un brand narrativo. Le sue parole vengono ripostate ovunque, spesso su sfondi verdi acceso, lo stesso verde associato all’estetica “brat”: una corrente che celebra un’attitudine anticonformista, ribelle, costruita sull’idea di non spiegarsi, di non performare e non rendersi accomodanti.
Le piattaforme catturano l’identità, la classificano e la restituiscono sotto forma di trend. Per funzionare, l’algoritmo ha bisogno di soggetti facilmente riconoscibili. Il caso di Tamara mostra cosa accade quando una soggettività non collabora alla propria trasformazione in identità algoritmica.