Siamo un paese fatto di rituali

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Da secoli il Carnevale in Campania si celebra secondo un calendario rituale che prende avvio il 17 gennaio, con i fuochi dedicati a Sant’Antonio Abate, primo gesto propiziatorio per l’anno nuovo, e culmina nel martedì grasso, o nella domenica della stessa settimana, con il funerale di Carnevale. 

In molte aree rurali questa figura prende il nome di Vincenzo: un fantoccio o un personaggio incarnato da un attore che rappresenta lo spirito stesso del Carnevale, portatore degli eccessi e delle trasgressioni consumate durante il periodo festivo.

Il Carnevale campano, nella sua forma più autentica, è da sempre spazio di rovesciamento delle gerarchie sociali ed economiche. È il tempo in cui l’ordine costituito viene sospeso e il margine può parlare. Questa dimensione di “anticultura” è stata documentata già negli anni Settanta da studiosi come Roberto De Simone e Annabella Rossi nel volume Carnevale si chiamava Vincenzo, testo fondamentale per comprendere la storia e la funzione sociale di questi rituali. Nella tradizione carnevalesca campana è inscritta una tensione critica verso il potere, una controcultura che trova espressione nei corpi, nei suoni, nelle maschere.

Foto di Felice Pignataro

Tra le forme più significative del Carnevale tradizionale campano vi è la Canzone di Zeza, rappresentazione teatrale itinerante documentata almeno dal Settecento, ma dalle origini probabilmente più antiche. Accompagnata da una banda essenziale, spesso grancassa e piatti, la Zeza si svolge per le strade dei paesi e mette in scena quattro personaggi principali.

Pulcinella, simbolo del Carnevale e incarnazione del padre patriarcale, sua moglie Zeza (diminutivo di Lucrezia), figura complementare e speculare, la figlia Vincenzella, e Don Nicola, giovane studente di giurisprudenza che desidera sposarla.

Nel conflitto tra Pulcinella e Don Nicola si consuma un gesto altamente simbolico: la castrazione del padre-padrone, che rappresenta la fine di un ordine e l’avvento del nuovo. In origine rito propiziatorio legato al ciclo agrario e alla primavera, la Zeza mette in scena il sacrificio del vecchio anno e l’apertura al nuovo. Pulcinella, che in Campania è spesso simbolo del Carnevale stesso, viene simbolicamente sconfitto affinché la comunità possa rigenerarsi.

Negli anni Settanta, in un momento di profonda trasformazione socioeconomica, questa tradizione viene ripresa dal Gruppo Operaio ’E Zezi di Pomigliano d’Arco. Con l’industrializzazione dell’entroterra campano e l’apertura dell’Alfasud (fabbrica di auto che apre proprio in quegli anni a Pomigliano d’Arco), molti contadini diventano operai, catapultati in un mondo scandito dai ritmi della catena di montaggio. In questo passaggio traumatico, la cultura popolare ha rischiato di perdersi. Il collettivo operaio sceglie allora di portare i canti e i rituali della tradizione dentro e fuori la fabbrica, trasformandoli in strumenti di coscienza di classe. È il primo esempio evidente di come il Carnevale diventi strumento identitario capace di attraversare la modernità e reinterpretarla.

Un altro esempio emblematico è il Carnevale di Montemarano, in Irpinia. Qui la mascherata è guidata dal Caporabballo, figura assimilabile a Pulcinella vestita di bianco e rosso, con un alto cappello conico e un bastone, che dirige una danza processionale. 

La tarantella montemaranese, suonata da una banda, si sviluppa in file parallele che attraversano il paese per ore, in una geometria collettiva che coinvolge adulti e bambini. È una danza comunitaria, rituale, che costruisce appartenenza attraverso il movimento condiviso.

Anche qui, il ciclo si chiude con il funerale di Vincenzo Carnevale. Un corteo accompagna il fantoccio tra lamentazioni funebri, tra gli unici esempi sopravvissuti di pianto rituale nel mondo contemporaneo, fino alla cremazione o distruzione della bara. 

Il rogo segna la purificazione e l’ingresso nella Quaresima. Come mostrato da De Simone, queste pratiche  derivano dalla vera lamentazione funebre per il defunto. Tale lamentazione nella sua forma originale costituiva un processo di “destorificazione del negativo” secondo le teorie demartiniane: il dolore, la miseria, l’angoscia vengono ritualizzati, astratti, attraversati simbolicamente per poter essere superati.

Foto di Felice Pignataro

È un modo attraverso cui le classi subalterne hanno storicamente elaborato la crisi, trasformandola in promessa di rinnovamento.

Con la nascita della Rete dei Carnevali Sociali, fondata nel 2012, il Carnevale campano non è solo sopravvivenza folklorica, ma cultura attiva. Nei quartieri popolari di Napoli, a partire dall’esperienza avviata nel 1983 a Scampia con il Carnevale promosso da Felice Pignataro, il rito diventa spazio di aggregazione politica e artistica. Non più soltanto resistenza simbolica, ma rivendicazione esplicita.

Nel Carnevale sociale contemporaneo confluiscono tradizioni locali e pratiche transnazionali come la Murga sudamericana, diffusa oggi in Europa. 

Abbiamo intervistato Federica Martina, artista napoletana e burattinaia una delle poche guarattellare donna, che dal 2016 fa parte di una delle principali murghe di Napoli, i Los Espositos. Federica ci aiuta a comprendere il rapporto tra tradizione popolare campana e nuove trasformazioni contemporanee e perché pur venendo da lontano, tale arte abbia trovato a Napoli un terreno incredibilmente fertile.

“La murga è un’arte callejera, cioè un’arte di strada, come la facciamo noi ha origini Argentine, anzi portegña, perché è nata a Buenos Aires, è cittadina, non è non è rurale come può essere la capoeira che è nata nei campi”. È un’arte che affonda le radici nei flussi migratori del primo Novecento. Il 70% della popolazione argentina afferma di avere origini italiane, e questo ha creato un ponte culturale con l’Italia.

La murga non è solo una performance, ma una necessità sociale che ricorda da vicino le nostre tradizioni contadine. Esiste un filo rosso che lega il lavoratore argentino che scende in strada a Buenos Aires e il contadino campano che si riuniva per la tammurriata. Continua: “Le tammurriate sono un momento di incontro: i contadini tornavano dal lavoro nei campi, non avevano la televisione e quindi cantavano, ballavano e suonavano. È questo il legame fondamentale: un momento di aggregazione, di sfogo, l’esigenza di stare insieme.”

Il termine stesso, murga, porta con sé un’origine caotica: “Vuol dire ritmo discordante, canzone scordata […] all’inizio non si capiva niente, era un macello!. Era il rumore delle persone che, dopo che erano andate a lavorare nelle fabbriche, si riunivano per strada e suonavano”

Col tempo, questa pratica si è saldata inevitabilmente al Carnevale, come momento di ribaltamento temporaneo delle gerarchie sociali. Questo spirito di ribellione è visibile anche nell’estetica dei murgueros. Il vestito tipico, la levita (una sorta di frac foderato di raso e indossato al contrario), è l’esempio perfetto di questo sberleffo, l’abito elegante dei signori è rovesciato, colorato e trasformato in un simbolo di appartenenza popolare.

A Napoli, i Los Espositos continuano questa tradizione, dimostrando che il ritmo portegno non è un estraneo, ma un nuovo modo di dare voce a un’identità antica, urbana e orgogliosamente “terrona”.

La Murga nasce da storie di oppressione e schiavitù e conserva nella danza, in particolare nella matanza, un gesto di liberazione: i corpi si sollevano da una condizione di costrizione, spezzano catene invisibili, affermano la propria dignità.  “Si parte bassi”, come se “le catene ancora non fossero spezzate”. I murgueros formano un cerchio e si siedono a terra. Poi il colpo di clave dà inizio alla matanza. La camminata è inizialmente lenta, trascinata, evocazione di un corpo ancora oppresso. Gradualmente il ritmo cresce, emergono i piatti con i loro suoni acuti, il volume delle percussioni aumenta fino all’esplosione finale che simboleggia lo spezzarsi delle catene. I tre salti con tre calci segnano il momento della liberazione, un gesto coreutico collettivo in cui la costrizione si rompe e il corpo si solleva.

Le analogie con il Carnevale campano sono molteplici. Per la canzone di zeza la banda con grancassa e piatti e il travestimento maschile come capovolgimento dei ruoli di genere come per la murga il capovolgimento del frac nel ribaltare il ruolo sociale, le file parallele della danza professionale a Montemarano; la guida ritmica affidata a caporaballi a Montemarano e a membri del corteo tramite il ritmo di fischietti acuti tra i murgueros; infine, l’attraversamento collettivo delle strade e la rivendicazione degli spazi pubblici come spazi comunitari.

A confermare questa continuità tra tradizione popolare campana e murga, a guidare la banda tra i vari bombi e piatti c’era un suonatore con zampogna e ciaramella due dei principali strumenti tradizionali della musica popolare campana. 

Foto di Felice Pignataro

Nel Carnevale sociale del 2026, coordinato su tutto il territorio napoletano, Murge provenienti da diverse città italiane hanno sfilato prima a Scampia e poi nel centro di Napoli. Il tema “Sgomberi, paradossi e diritti: siamo tutti sulla stessa barca” ha intrecciato questioni locali e globali: diritto alla casa, difesa degli spazi sociali, tutela degli ecosistemi, guerre e conflitti internazionali.

Qui il passaggio è evidente: dalla destorificazione del negativo alla sua storificazione. Il dolore non viene più soltanto sublimato simbolicamente, ma nominato, collocato nella storia, trasformato in discorso politico. Il rito non annulla il conflitto: lo rende visibile.

Il martedì grasso, in Piazza del Gesù Nuovo, si è celebrato il funerale di Vincenzo Carnevale. Accanto alle tradizionali barche in cartapesta, simbolo antico già appartenente al Carnevale campano di attraversamento tra morte e vita, e che ora si stratifica ulteriormente di significato con gli avvenimenti più recenti della Global Sumud Flotilla, hanno sfilato costruzioni che evocavano drammi contemporanei. 

Le bande di Murga hanno accompagnato il corteo, mentre Vincenzo, ubriaco e goloso fino all’ultimo, veniva portato in bara tra canti e danze. Il rogo finale ha coinvolto il fantoccio e molte delle creazioni costruite collettivamente nei quartieri.

Come a Montemarano, sono spesso i bambini a partecipare alla distruzione rituale delle proprie opere: gesto che sancisce il ciclo della vita, della morte e della trasformazione.

È in questa fusione tra tradizione e contemporaneità che il Carnevale campano continua a vivere. Non come reliquia folklorica, ma come dispositivo culturale capace di reinventarsi. Se un tempo serviva a sopportare la crisi, oggi serve anche a denunciarla. Se era rito di resistenza, oggi è spazio di rivendicazione.

Ed è proprio questa eredità che continua a bruciare nel Carnevale sociale: un fuoco antico che non si spegne, ma brucia sempre più forte.

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