Se non sai cosa vogliano dire parole come “transizione”, “soggettività trans”, “disforia” e “non-binarismo”, forse dovresti informarti prima di leggere questo articolo. Puoi cominciare a farlo guardando questo video.
Ieri, 31 marzo, era il Transgender Day of Visibility (TDoV), una giornata internazionale che ricorre ogni anno per riconoscere e dare visibilità alla comunità trans. Troppo spesso, infatti, le soggettività trans vengono raccontate quando ormai non ci sono più, spesso attraverso una narrazione giornalistica offensiva e transfobica. La visibilità di questa giornata è rivendicata dalle persone trans e si inserisce in un contesto di lotta politica che parte dal margine per occupare e ridefinire gli spazi di esistenza.
Cosa significa essere una persona Trans nel 2026? E come funziona il percorso di affermazione di genere in Italia?
Rispondere alla prima domanda non è affatto semplice. Le persone trans (o transgender) sono coloro la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita. Rientrano in questa definizione anche le soggettività non-binarie, cioè che non si riconoscono nel binarismo di genere.
L’incongruenza avvertita tra la propria identità di genere e quella assegnata alla nascita causa spesso una disforia di genere, cioè uno stato di malessere e angoscia che può avere delle ripercussioni importanti sulla salute psicofisica della persona. Questa condizione, attualmente riconosciuta all’interno dell’International Classification of Diseases, può essere alleviata decidendo di intraprendere un percorso di affermazione di genere, caratterizzato da pratiche tanto personali quanto collettive.
Gli step principali prevedono, ad esempio, l’adesione a un servizio di supporto psicologico, la transizione sociale (nome/pronomi) e la partecipazione a gruppi di autocoscienza. Tutto ciò può accompagnarsi alla terapia ormonale e, opzionalmente, alle chirurgie di affermazione di genere, sebbene l’accessibilità a queste opzioni non sia così immediata.
Se negli ultimi anni è andata progressivamente maturando una maggiore consapevolezza in merito al fatto che il genere non si esaurisca unicamente nel sesso biologico ma sia costituito da uno spettro di identità, la strada per garantire alle persone trans i diritti necessari a vivere dignitosamente è ancora lunga. Capire e accettare di essere una persona trans è di per sé un processo già complesso, ulteriormente complicato dalle direttive politiche del paese in cui ci si trova a vivere.
Secondo un’indagine condotta nel 2023, più del 50% delle persone lgbtqia+ in Europa ha subito molestie per il fatto di essere lgbtqia+ e quasi la metà degli uomini e delle donne trans è stata sottoposta a qualche tipo di pratica di “conversione”. Alla luce di questi dati, che testimoniano un’ampia diffusione di odio e discriminazioni contro le persone lgbtqia+ nelle società europee, l’Unione ha deciso di attuare una strategia quinquennale con l’obiettivo di garantire la protezione e promuovere l’uguaglianza. Nel contempo, però, fanno parte dell’Unione Europea paesi come l’Ungheria e la Polonia, noti per le loro politiche conservatrici e anti-lgbtqia+.
In realtà, pochi giorni fa è avvenuto proprio in Polonia un episodio fondamentale per il riconoscimento delle identità trans: la Corte Suprema polacca ha emesso una sentenza storica che ha semplificato il processo legale per il cambio di genere nei documenti ufficiali. Un segnale sicuramente significativo, ma che non garantisce che quest’opportunità venga sfruttata dal nuovo governo per introdurre una legge che tuteli le persone trans e che garantisca una protezione legale della comunità lgbtqia+.
In linea con quanto accaduto in Polonia, anche la Corte di Giustizia Europea si è recentemente espressa su un caso riguardante una cittadina bulgara trans residente in Veneto, dove ha intrapreso il percorso di affermazione di genere. La donna aveva richiesto la rettifica dei documenti in Bulgaria, ma era stata respinta nonostante le certificazioni mediche e una perizia giudiziaria che riconoscevano la sua identità di genere. La Corte UE ha allora sentenziato a favore della rettifica dei dati, ricordando che in casi come questo, cioè dove una normativa nazionale sia incompatibile con il diritto dell’Unione, si debba sottostare a quest’ultimo. E ciò vale anche per gli altri Stati UE che impediscono il cambio di sesso, cioè la Slovacchia e l’Ungheria.
Mentre sembra che in Europa le cose si stiano muovendo, sebbene molto lentamente, spostandoci oltreoceano la situazione precipita in modo drastico. Dall’inizio del suo mandato Trump ha attuato una politica “tolleranza zero” verso le soggettività che si riconoscono sotto l’ombrello trans, includente anche le identità non-binarie, tanto che si sta iniziando a parlare di Trans-genocide, come diffuso dal report del “Lemkin Institute for Genocide Prevention and Human Security”.
La politica anti-trans del governo ha lo scopo di bollare le identità trans come minaccia nazionale, mettendo in atto una strategia volta alla loro cancellazione. Facendo una panoramica non troppo breve di iniziative transfobiche intraprese dal Presidente dall’inizio del suo mandato, lo scorso 11 marzo è stato finalizzato l’emendamento “Enhancing Vetting and Combatting Fraud in the Diversity Immigrant Visa Program” con cui si intende anche ostacolare l’entrata negli USA delle persone trans richiedenti qualunque tipo di visto.
Dal 10 aprile 2026, il processo prevederà l’inserimento sul modulo di iscrizione elettronico di uno scan della pagina con i dati biografici e la firma del passaporto, specificando anche il proprio sesso assegnato alla nascita (sostituendo con “sex” il precedente termine “gender”), anche se questo discorda con i documenti identificativi della persona. Ciò genererà una discordanza forzata che consentirà di bollare le richieste richieste delle persone trans come fraudolente, impedendo loro di ottenere il visto.
Come se non bastasse, le implicazioni di questa nuova legge forniscono all’ICE (acronimo di United State Customs and Immigration Enforcement) un buon assist per sospettare, profilare e attaccare tutte le persone trans con il pretesto di far rispettare le leggi sull’immigrazione, esponendole a rischi notevoli.
In aggiunta a questa direttiva governativa, i diversi Stati hanno delle politiche interne molto diversificate in materia di diritti lgbtqia+. In Kansas, per esempio, è entrata in vigore la legge SB 244, con cui è stata immediatamente annullata la validità delle patenti di guida delle persone transgender, perché non conformi al sesso assegnato alla nascita. In uno dei paesi con il maggior culto dell’auto e il minor investimento in trasporto pubblico, non avere la patente significa perdere il diritto allo spostamento, soprattutto se non si abita in grandi città.
Arriviamo quindi a pochi giorni fa quando, in prospettiva dei giochi del 2028, l’IOC (International Olympic Commettee) ha validato la direttiva esecutiva di Trump, escludendo formalmente le atlete transgender dalle Olimpiadi e ammettendo alle gare femminili solo le donne biologiche, con tanto di conferma mediante test genetico.
Ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti è a tutti gli effetti una profilazione delle soggettività trans, accompagnata da una capillare e progressiva esclusione di queste identità dalla vita sociale e politica del paese, minandone i diritti fondamentali.
Quello che succede oggi in Italia, purtroppo, non si discosta molto – quantomeno a livello di intento – dalla linea statunitense.
Secondo l’analisi del Trans Murder Monitoring di TGEU, l’Italia è il paese europeo con il più alto numero di transicidi negli ultimi sedici anni. Il dato, già di per sè sconcertante, si inserisce in un quadro politico attuale di totale intolleranza verso le persone lgbtqia+. Non esiste ancora una legge che tuteli le persone lgbtqia+ e, in particolare, le persone transgender. Ad oggi, l’Italia rimane stabile al 35esimo posto sui 49 paesi monitorati in tema di diritti delle persone lgbtqia+, come riportato dal Rainbow Report di ILGA Europe.
Perciò no, essere persone trans in Italia non è facile. Eppure, in questo clima drammatico, succedono anche cose positive: in occasione del Referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo per la prima volta i registri elettorali erano organizzati in ordine alfabetico in tutta Italia. Ciò è accaduto grazie all’approvazione, avvenuta nel 2025, di due emendamenti che prevedevano l’eliminazione della divisione tra uomini e donne nelle liste elettorali e del cognome del marito per le donne coniugate. Se l’intento della maggioranza era primariamente quello di snellire e velocizzare il processo di voto (come riscontrato in alcuni casi pilota a livello regionale), a giovarne sono state sicuramente le persone trans che, da anni, con la campagna “Io sono, io voto” chiedeva dei seggi più inclusivi, evitando situazioni disagianti e coming out forzati nel momento del voto generati dalla non conformità dei documenti rispetto all’identità di genere in cui si riconosce la persona. Un primo passo verso la normalizzazione delle soggettività trans, ma sicuramente non può bastare.
Ad oggi, il percorso di affermazione di genere in Italia resta complesso e farraginoso, ma ancora non impossibile. Per poter accedere al trattamento ormonale, devono essere soddisfatti alcuni criteri in accordo con le linee guida internazionali. Nello specifico, un’incongruenza di genere marcata e stabile, capacità di fornire consenso informato al trattamento, devono essere presi in carico eventuali altre problematiche di natura psicofisica e si devono comprendere gli effetti della terapia ormonale sulla fertilità.
Il trattamento può essere femminilizzante (o demascolinizzante), nel caso delle persone MtF (cioè male to female) oppure mascolinizzante, cioè FtM (female to male). Nel primo caso, il trattamento più comune prevede la somministrazione di estrogeni, mentre nel secondo di antiandrogeni. Nel caso in cui la persona voglia cambiare i nomi sui propri documenti (rettifica anagrafica) o sottoporsi a interventi chirurgici di affermazione di genere – volti cioè a modificare caratteristiche sessuali primarie/secondarie con l’obiettivo di rendere l’aspetto fisico più conforme all’identità di genere della persona – le cose si complicano un po’. Per farlo, è necessario presentare al Tribunale di residenza una relazione psicologica che attesti la necessità di questi interventi al fine del benessere della persona.
Il tribunale dovrà poi autorizzare la richiesta attraverso una sentenza, come stabilito dalla legge. Nel caso in cui l’intervento venga svolto all’estero, la sentenza potrebbe non essere necessaria a meno che richiesta specificamente dallo Stato in cui l’operazione viene svolta. Una descrizione dettagliata e utile degli step da svolgere per percorso di affermazione di genere si può trovare su infotrans.it. Sul sito c’è anche l’elenco di consultori distribuiti sul territorio nazionale a cui si può rivolgere gratuitamente per iniziare un percorso di affermazione di genere.
Di fronte all’erosione dei diritti fondamentali delle soggettività trans non possiamo rimanere in silenzio. Per questo, il 31 marzo è una giornata di riconoscimento, di visibilità e di lotta. Si parla di queer joy, perché è anche importante sentirsi accettat* e parte integrante di un tessuto sociale in cui siamo volute e viste. Perchè le persone trans non sono e non devono più essere considerate feticcio stereotipato. Dal margine in cui la società le colloca, infatti, possono fare “tana a chi sta al centro” per citare Fabio Santi dei Queen of Saba, duo electro-queer della scena musicale italiana. E sempre dal margine è possibile immaginare, insieme, nuovi mondi e nuovi modi per ridefinire il possibile in cui ogni identità è valida e, nella sua rivendicata diversità, preziosa.
In questa giornata, e sempre, sarà importante attenzionare e sostenere la causa queer, costantemente sotto attacco dai governi e dalle destre. Sarà importante sostenere le casse trans disseminate sul territorio, che hanno lo scopo di aiutare economicamente soggettività che si trovano in condizioni di emergenza, pericolo o che vorrebbero iniziare il costoso percorso chirurgico di affermazione di genere. Sarà fondamentale andare agli eventi organizzati dalla realtà queer: (ri)conoscere è il primo passo necessario per iniziare il cambiamento.
Questi corpi si manifestano, queste identità resistono. La comunità trans non vuole concessioni: vuole riconoscimento, rappresentazione e giustizia. E vuole tutto questo da viva.