Nel 1992 suonò l’ultima sirena: l’ultimo casco giallo uscì dall’area siderurgica dello stabilimento ILVA/Italsider di Bagnoli e, dopo quasi un secolo, la fabbrica chiuse definitivamente. Avrebbe dovuto aprirsi una fase di riconversione, capace di restituire all’area occidentale di Napoli un orizzonte ambientale e culturale. Accadde il contrario. La chiusura inaugurò una lunga sequenza di vuoti: abbandono materiale, cantieri avviati e interrotti, competenze che si sovrapponevano senza integrarsi, promesse ripetute e raramente mantenute.
A distanza di 34 anni, Bagnoli resta un progetto incompiuto e, proprio per questo, continua a essere esposta a nuove pressioni: la retorica del “modello Manfredi” rischia di riproporre un meccanismo già visto, in cui l’incompiuto diventa argomento e pretesto per giustificare trasformazioni urbanistiche orientate più alla rendita che all’interesse collettivo.
L’impianto arrivò dentro un quadro di politica economica che considerava Napoli e il mezzogiorno terreno di modernizzazione industriale. La legge speciale per Napoli del 1904 (8 luglio 1904, n. 351), pensata per il “risorgimento economico” della città, fu uno dei passaggi che resero possibile quell’insediamento. Lo stabilimento entrò in produzione nel 1910 e fu inaugurato ufficialmente il 19 giugno dello stesso anno.
Nella costruzione di quell’immaginario industriale viene spesso richiamato Francesco Saverio Nitti: non come unico decisore, ma come riferimento culturale e politico di una stagione che vedeva nell’industrializzazione meridionale lo strumento per ridurre il divario con il Nord. Un Sud che, pur avendo espresso eccellenze e primati in alcuni settori strategici – infrastrutture, portualità, cantieristica – restava segnato da una struttura economica prevalentemente agricola e da un processo di industrializzazione irregolare, più fragile e più dipendente dalle scelte del centro rispetto a quello settentrionale.
La chiusura della fabbrica non segnò soltanto la fine di un ciclo produttivo. Determinò la scomparsa di un sistema sociale che per quasi un secolo aveva organizzato il territorio intorno al lavoro industriale. L’Italsider non era semplicemente un luogo di produzione dell’acciaio. Era il centro attorno al quale si strutturavano relazioni, conflitti, rappresentanza politica e mobilità sociale. Il sindacato e il Partito Comunista Italiano non furono elementi accessori, ma componenti strutturali di quell’ecosistema. La fabbrica costituiva un laboratorio di formazione collettiva: lì si apprendevano l’organizzazione, la negoziazione, la partecipazione politica; lì si costruivano linguaggi comuni, leadership, pratiche di solidarietà.
La chiusura non produsse soltanto disoccupazione. Produsse una frattura nella capacità del territorio di auto-organizzarsi attraverso un soggetto sociale riconoscibile, capace di agire come forza collettiva: la classe operaia. Vennero meno non solo redditi e tutele, ma anche un sistema di intermediazione e di conflitto che, nel bene e nel male, garantiva ordine, rappresentanza e continuità.
Tuttavia, non vi fu un azzeramento totale. Parte di quel patrimonio organizzativo si trasformò. I comitati di quartiere e le associazioni ambientaliste che nacquero o si rafforzarono negli anni successivi rappresentano una continuità indiretta di quella cultura politica: non più centrata sul lavoro industriale, ma sulla difesa del territorio, della salute, della qualità della vita.
In questo contesto si colloca l’esperienza dell’associazione “Mai più amianto”, che ha seguito nel tempo le vicende giudiziarie legate all’esposizione all’amianto e alle patologie correlate. Al di là degli esiti processuali – spesso conclusi con assoluzioni o prescrizioni – ciò che conta è il ruolo svolto nel mantenere aperta la questione sanitaria e ambientale. La mobilitazione non si è esaurita nella dimensione giudiziaria: ha contribuito a produrre documentazione, pressione pubblica, attenzione mediatica, e soprattutto a costruire una memoria collettiva del danno, sottraendolo alla rimozione. La trasformazione della memoria operaia in presidio civico è un passaggio chiave per comprendere Bagnoli. La conflittualità non è scomparsa; ha cambiato oggetto. Dalla rivendicazione salariale si è passati alla rivendicazione ambientale. Dal contratto di lavoro si è passati al diritto alla bonifica.
Nel 1995 si aprì una stagione diversa, inaugurata nell’alveo dell’amministrazione Bassolino, che tentò di ricondurre la questione Bagnoli dentro una cornice di pianificazione pubblica e partecipazione. In quella fase ebbe un ruolo centrale Vezio De Lucia, allora assessore all’urbanistica, che impostò l’idea di una “Nuova Bagnoli” fondata su una scelta precisa: sostituire l’industria pesante non con nuova rendita immobiliare, ma con un progetto urbano centrato su ambiente, spazio pubblico e accessibilità.
Il disegno prevedeva un grande parco urbano come infrastruttura ecologica per Napoli Ovest, un sistema di attrezzature pubbliche – tra cui il Parco dello Sport – e soprattutto il recupero del rapporto con il mare, attraverso una spiaggia pubblica continua e la ricostruzione della linea di costa.
Non si trattava solo di un orientamento politico. Con il decreto-legge 20 settembre 1996 n. 486, convertito nella legge 18 novembre 1996 n. 582, lo Stato intervenne direttamente sulla disciplina dell’area, prevedendo, tra l’altro, il ripristino della morfologia naturale della costa e la rimozione della cosiddetta “colmata” a mare di Bagnoli.
La colmata – l’enorme riempimento artificiale realizzato negli anni Sessanta per ampliare l’area industriale – era diventata il simbolo materiale della frattura tra città e mare. La sua eliminazione non aveva soltanto un valore ambientale, ma anche urbanistico e simbolico: significava restituire continuità fisica e visiva al litorale.
Nel 1996 arrivò anche Città della Scienza, che rappresentò il primo segnale concreto di riconversione funzionale dell’area, introducendo attività legate alla ricerca, alla formazione e alla divulgazione scientifica.
Per attuare operativamente quel progetto, nel 2002 nacque BagnoliFutura S.p.A., società a controllo pubblico del Comune di Napoli, con il compito di gestire i suoli, proseguire le bonifiche, realizzare le opere previste e predisporre le condizioni per la trasformazione urbanistica.
Il punto di rottura fu duplice: finanziario e giudiziario. Sul piano finanziario, BagnoliFutura si trovò progressivamente schiacciata da un indebitamento che non riusciva più a sostenere. La società aveva bisogno che il processo entrasse nella fase “matura” – quella in cui le bonifiche si chiudono, le opere si collaudano, i suoli diventano effettivamente disponibili – perché solo così il modello economico avrebbe potuto reggere. Accadde l’opposto: l’area rimase intrappolata nella fase preliminare, mentre i costi continuavano a correre. La crisi esplose anche sul piano dei rapporti con Fintecna, creditore decisivo nella partita delle aree, fino alla dichiarazione di fallimento del 2014, che di fatto certificò l’insolvenza e l’impossibilità di proseguire secondo l’impianto originario.
Sul piano giudiziario, l’intero impianto operativo venne destabilizzato dal sequestro di porzioni rilevanti del sito e dall’apertura di un filone investigativo sulle modalità e sugli esiti delle bonifiche. Per una società che vive di cantieri e cronoprogrammi, quel passaggio ebbe un effetto immediato: rallentamenti, irrigidimento amministrativo, aumento dei costi indiretti, incertezza su ciò che poteva essere completato e restituito. È qui che l’incompiuto smette di essere un incidente e diventa un esito strutturale: non perché manchi un’idea di trasformazione, ma perché la filiera che dovrebbe condurre dalla bonifica alla fruibilità pubblica viene continuamente interrotta.
Dopo il fallimento la vicenda non si chiuse. Si aprì, al contrario, una lunga coda processuale che ha continuato a gravare sul sito e sul racconto pubblico della trasformazione. Da un lato, i procedimenti penali legati alle bonifiche, con esiti che in più passaggi hanno portato ad assoluzioni, ma senza chiudere definitivamente il contenzioso. Dall’altro lato, il versante contabile, in cui la gestione della società e le scelte compiute sono state lette anche come possibile danno per le finanze pubbliche. In questo modo Bagnoli entra in una fase diversa: non più soltanto un problema urbanistico e ambientale, ma un terreno in cui procedure concorsuali, contenziosi, sequestri e giudizi diventano parte del paesaggio istituzionale.
Nel 2011 arrivò a Palazzo San Giacomo l’ex pubblico ministero Luigi De Magistris. Due anni dopo, nel 2013, adottò l’ordinanza sindacale n. 1/2013, con la quale tentò di dare attuazione al principio europeo del “chi inquina paga”, previsto dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e recepito nel Codice dell’Ambiente (d.lgs. 152/2006).
L’ordinanza individuava nei soggetti che avevano gestito il polo siderurgico e industriale i responsabili dell’inquinamento storico dell’area. Imponeva la predisposizione di un piano di caratterizzazione e di un progetto di bonifica – richiamando l’impianto già delineato nella stagione urbanistica precedente – e affermava un principio netto: i costi del risanamento non dovevano gravare sulla collettività, ma su chi aveva prodotto il danno. In caso di inottemperanza, il Comune si riservava di intervenire in via sostitutiva per poi rivalersi sui responsabili.
Fu un atto politicamente significativo, ma non risolutivo. L’ordinanza si inseriva in un quadro già attraversato da contenziosi, sequestri e conflitti di competenza. Il principio era chiaro; la sua applicazione concreta si rivelò, ancora una volta, complessa.
Nel 2015, durante la campagna elettorale che avrebbe portato Vincenzo De Luca alla presidenza della Regione Campania, il presidente del Consiglio Matteo Renzi annunciò un intervento diretto del Governo su Bagnoli. Con il decreto “Sblocca Italia” (articolo 33) venne istituito un commissariato straordinario di governo e individuata in Invitalia la struttura attuatrice del programma di risanamento e rigenerazione.
La scelta aprì immediatamente un conflitto politico-istituzionale: il Governo nominò come commissario Salvatore Nastasi, non il sindaco di Napoli. La decisione fu letta da molti come una sottrazione di competenze al Comune e come l’avvio di una gestione centralizzata della trasformazione. Nel 2018 la figura commissariale cambiò, con la nomina di Floro Flores.
Nel frattempo, nel 2017, venne sottoscritto un accordo interistituzionale – con l’allora ministro Claudio De Vincenti – che delineava un nuovo progetto per l’area, elaborato anche attraverso un concorso di idee. L’impianto non era radicalmente distante dalle linee della stagione De Lucia: grande parco, riduzione delle volumetrie, recupero della costa. Tuttavia, il contesto era mutato. La governance non era più comunale ma commissariale; il baricentro decisionale si era spostato.
Nel 2021, su impulso politico del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, e con il consenso del presidente del Consiglio Mario Draghi, si decise di far coincidere la figura del commissario straordinario con quella del sindaco di Napoli. La scelta ricondusse formalmente la gestione di Bagnoli dentro Palazzo San Giacomo. Il nuovo sindaco, Gaetano Manfredi, assunse dunque anche il ruolo di commissario, affiancato da subcommissari e da una struttura tecnica dedicata.
All’insediamento, Manfredi rilanciò l’obiettivo di realizzare il grande parco urbano e promise l’attivazione di usi temporanei nelle aree non ancora bonificate. Alcuni spazi furono riaperti – come l’Auditorium Porta del Parco – ma l’impianto complessivo del progetto tornò presto oggetto di discussione. Il parco, da elemento centrale della riconversione, iniziò a essere rimesso in equilibrio con altre ipotesi di utilizzo dell’area.
Si arriva così ai giorni nostri: Bagnoli continua a essere un terreno di confronto tra bonifica, piano urbano e sostenibilità economica. La struttura istituzionale è cambiata più volte; la promessa del risanamento integrale resta il punto di partenza dichiarato. Ma, come nelle stagioni precedenti, la distanza tra principio e attuazione continua a misurare la reale direzione della trasformazione.
Tra il 2024 e il 2025 si apre una fase nuova, perché cambia anche l’obiettivo. Nel luglio 2024 vengono assegnati a Bagnoli fondi di coesione su impulso politico del sindaco-commissario. L’operazione viene presentata come la svolta attesa da trent’anni. Tuttavia, la tecnica normativa scelta solleva questioni non marginali.
Il provvedimento si inserisce nella logica del decreto omnibus, cioè un decreto-legge che raccoglie al suo interno misure eterogenee, prive di un nesso stretto di omogeneità materiale. In termini costituzionali, la criticità è nota: l’urgenza diventa contenitore, la conversione parlamentare si trasforma in approvazione “a blocco” e si indebolisce il controllo puntuale su ciascun intervento. Non è una questione formale: quando si interviene su un SIN, su una linea di costa, su opere a mare e su assetti urbanistici strutturali, la qualità della base normativa è parte integrante della legittimità sostanziale dell’intervento.
Il secondo nodo riguarda la natura dei fondi di coesione. Si tratta di risorse destinate a ridurre divari territoriali e che, nel sistema ordinario, presuppongono un ruolo programmatorio della Regione. La scelta di concentrare la gestione in capo alla struttura commissariale riapre un conflitto istituzionale già visto: centralizzazione contro governo territoriale ordinario. In un’area già attraversata da tensioni tra Comune, Regione e Governo, questo passaggio non è neutro.
A ciò si aggiunge una modifica di rilievo simbolico e sostanziale: la rimozione della colmata, che per decenni era stata presentata come punto fermo del risanamento e come obbligo normativo derivante dall’impianto del 1996, viene ricondotta a una valutazione discrezionale del commissario. Non è un dettaglio tecnico. Significa che ciò che era stato posto come condizione di ripristino della morfologia naturale della costa diventa opzione valutabile. In altre parole, cambia il paradigma: dal “ripristino” alla “gestione”.
È in questa cornice che si inserisce la partita America’s Cup, che nel 2025 diventa acceleratore politico e mediatico della trasformazione. L’evento viene presentato come occasione irripetibile di rilancio internazionale e come leva per sbloccare opere a mare e infrastrutture. Tuttavia, proprio qui si riaprono questioni già viste.
Il punto non è l’evento sportivo in sé. Il punto è il rapporto tra evento e pianificazione. Quando un grande evento diventa la ragione temporale che giustifica l’anticipazione di opere strutturali, si produce inevitabilmente uno spostamento di priorità: ciò che dovrebbe essere conseguenza di una bonifica conclusa e certificata rischia di diventare presupposto operativo per rispettare una scadenza.
In questa fase il lessico cambia. Si parla di accelerazione, di opportunità, di rilancio competitivo. Ma Bagnoli non è un’area neutra: è un SIN, è un fronte costiero fragile, è un territorio segnato da trent’anni di incompiuto. Ogni scelta che anticipa o rimodula l’assetto definitivo deve misurarsi con questo dato di realtà.
Il rischio non è teorico. È strutturale. Se la rimozione della colmata diventa facoltativa e se le opere a mare vengono inquadrate dentro una logica emergenziale legata a un evento, la trasformazione può progressivamente scivolare da un paradigma di ripristino ambientale a uno di valorizzazione funzionale. Non è una differenza terminologica. È una differenza di impostazione.
Il 24 settembre 2025 questo nodo si riflette anche nel linguaggio istituzionale. Il Consiglio comunale discute un ordine del giorno nel quale si afferma di essere “coinvolto” nelle scelte su Bagnoli. Il sindaco preferisce la parola “edotto”. La distinzione non è formale. Essere coinvolti significa concorrere alla decisione; essere edotti significa essere informati. In un regime commissariale, la linea tra partecipazione e informazione diventa sottile ma decisiva.
Solo in seguito viene calendarizzato un Consiglio comunale per il 3 marzo dedicato a Bagnoli, e il 18 febbraio 2026 il presidente della Municipalità fissa un consiglio monotematico sulla bonifica. Anche questo passaggio temporale non è neutro: la discussione istituzionale arriva dopo che le scelte principali hanno già assunto una direzione operativa.
Il tema, allora, non è se si debba intervenire. È se l’intervento resti coerente con l’impianto dichiarato per trent’anni: bonifica integrale, ripristino della costa, grande parco urbano come infrastruttura pubblica. Oppure se la disponibilità di risorse straordinarie e l’urgenza dell’evento stiano producendo un riequilibrio silenzioso verso funzioni che, nel tempo, potrebbero stabilizzarsi.
È in questo clima che si inserisce la puntata di Report dell’11 gennaio 2026, che ha riportato il confronto su un terreno più concreto, fatto di domande puntuali e richieste di chiarimento.
Le questioni emerse si concentrano su due profili.
Il primo riguarda la direzione che sembra assumere il progetto. Dai rendering e dalle comunicazioni legate all’America’s Cup si intravede l’idea di un polo nautico e di un rafforzamento delle funzioni portuali. Il sindaco afferma che le opere previste sarebbero temporanee e che nel 2027 si potrà tornare a fare il bagno. Tuttavia, se si ipotizza un rinnovo dell’evento anche nel 2029, è legittimo chiedersi quanto resterà davvero “provvisorio”. Se l’evento diventa stabile, anche le strutture nate per servirlo rischiano di stabilizzarsi.
Il secondo profilo riguarda la legittimità ambientale dell’intervento.
Gli atti richiamano un decreto del MASE di esclusione dalla VIA e un Piano di Monitoraggio Ambientale. Tuttavia, la stessa relazione del Commissario descrive opere a mare di notevole consistenza – bacino di calma, scogliere frangiflutti, dragaggi ambientali – e opere a terra che includono demolizioni, capping e piazzali sulla colmata.
Qui emerge un punto centrale: l’esclusione dalla VIA si fonda anche sulla qualificazione delle opere come temporanee e amovibili. Ma in diritto amministrativo e ambientale la temporaneità non si afferma per formula, si dimostra. Un’opera è realmente amovibile solo se esistono progetto esecutivo di smontaggio, cronoprogramma di ripristino, garanzie finanziarie vincolate e compatibilità con l’assetto finale del waterfront. Se invece le opere, per scala, funzione e rappresentazione progettuale, configurano un assetto strutturale, l’argomento “amovibile quindi niente VIA” rischia di non reggere. Il perimetro dell’esclusione deve essere coerente con l’opera reale, non con la sua etichetta.
In un SIN e su un fronte costiero già fragile, l’esclusione dalla VIA non esaurisce le questioni: restano aperti i profili degli impatti cumulativi, del coordinamento con la bonifica e dell’effettiva reversibilità delle opere.
Sul porto, la relazione del Commissario parla espressamente di bacino di calma protetto da scogliere, con fondali dragati idonei alla movimentazione delle imbarcazioni e dei mezzi di supporto. Anche la Regione ha evidenziato che le scogliere foranee e la sistemazione dello specchio acqueo, pur dichiarate temporanee, configurano in concreto un approdo. In diritto amministrativo conta la sostanza e l’effetto dell’opera, non la denominazione attribuita. Non basta negare la funzione portuale a parole: se l’opera produce effetti tipici di un’infrastruttura portuale, la qualificazione formale diventa secondaria rispetto alla sua incidenza reale.
Su questi e altri punti, diverse associazioni hanno posto al sindaco nove domande chiedendo chiarimenti, tra l’altro, sulla mancata VIA, sulla secretazione degli atti legati all’America’s Cup e sulla tutela dei tre capisaldi storici.
Di fronte a queste domande legittime degli abitanti, in alcuni casi si è preferito spostare l’attenzione su una scritta solidale comparsa nel quartiere, utilizzandola come diversivo rispetto ai quesiti di merito. Addirittura qualcuno ha parlato di “metodo mafioso”. È un’accusa grave e impropria. Qui non siamo di fronte a intimidazioni, ma a richieste pubbliche di trasparenza. Se esiste un metodo che mostra disprezzo verso la comunità, non è quello di chi pone domande documentate, ma quello di chi le elude o le riduce a polemica.
Anche la vicenda DEME rappresenta un ulteriore nodo di opportunità. La gara risale al 2010 ed è stata oggetto di un lungo contenzioso concluso con l’obbligo di esecuzione del giudicato. Tuttavia, quando nel perimetro degli affidamenti compaiono soggetti riconducibili al gruppo Caltagirone, già legato alla storia proprietaria dei suoli dell’area, la questione dell’opportunità politica torna inevitabilmente centrale. Non si tratta di insinuare irregolarità, ma di chiedere coerenza e trasparenza in un contesto già segnato da conflitti tra bonifica, rendita e trasformazione urbanistica.
Il problema, in definitiva, è di metodo pubblico.
La partecipazione non è una concessione. È un principio giuridico, rafforzato dalla Convenzione di Aarhus, che impone accesso alle informazioni, confronto preventivo e possibilità effettiva di incidere sulle decisioni ambientali. In un regime commissariale, dove il potere è concentrato, la trasparenza dovrebbe essere maggiore, non minore.
Bagnoli non è soltanto un cantiere. È una ferita storica e un banco di prova della credibilità istituzionale. Se il progetto cambia direzione, la città ha diritto di saperlo. Se resta fedele ai suoi capisaldi – mare libero e gratuito, grande parco urbano, restituzione della costa – la città ha diritto di vederlo dimostrato con atti pubblici, cronoprogrammi verificabili e decisioni coerenti.
Al sindaco di Napoli non si chiede una risposta mediatica. Si chiede di assumere fino in fondo la responsabilità politica e morale delle scelte che orienteranno Bagnoli per i prossimi decenni, davanti ai cittadini, nei luoghi pubblici, con documenti pubblici.
Solo così l’incompiuto potrà smettere di essere il pretesto per nuove accelerazioni e tornare a essere ciò che dovrebbe essere: una promessa finalmente mantenuta.
Autore
Francesco Miragliuolo
Autore
Giurista per passione, napoletano per professione. Scaramantico, tifoso del Napoli. Nel tempo libero racconto storie su Generazione.