Non solo letteratura: tutto quello che Dante è dopo 700 anni

Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro.
Dante, Inf. III

O meglio, Dante «etterno dura», anche dopo 700 anni. Dite di no? Vi sbagliate. Per una volta facciamo prendere aria alle sue pagine dall’odore acre di antico e sbrogliamo la matassa di luoghi comuni attorno al suo nome. Per una volta consideriamolo per quello che era: un grande poeta sì, ma soprattutto un uomo. E come di tutti i mortali, anche di lui il tempo si è preso gioco.

Era una notte buia e tempestosa. Scherzavo. Era solo settembre. Un banale 14 settembre, proprio come oggi, magari un po’ più fresco rispetto a questo surreale e torrido 2021. Dante si trovava a Ravenna, ovviamente in esilio: una volta fuori da “Fiorenza” non metterà più piede nella sua tanto amata, quanto odiata, patria. Colpa dell’allora infinita lotta tra guelfi e ghibellini, prima, e guelfi neri e bianchi, poi. Insomma, in Piazza Duomo non si poteva stare tanto tranquilli, figuriamoci passeggiare sul Lungarno e decidere di fermarsi a mangiare una fiorentina con l’osso: «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura!».

Così Dante, esule ormai dal 1301, visse 20 anni in un continuo muoversi, spostarsi, girare senza fine. In un continuo «cammin di nostra vita» che consumò scarpe, anima e corpo del nostro poeta. Si ammalò, probabilmente di malaria, e il 14 settembre di 700 anni fa, intorno ai 56 anni, morì. Anche se non del tutto.

Quante volte al liceo, tra un’occhiata impaziente all’orologio e una alla vita fuori dalla finestra della classe, abbiamo sentito i nostri insegnanti recitare sempre la stessa frase: «La Commedia può essere letta come un viaggio attraverso l’Italia e dall’Inferno al Paradiso, dalle tenebre alla luce». Quante volte quel tomo pesava sulle nostre schiene? E non solo metaforicamente. Quante volte la parafrasi ha tolto tempo alle uscite? E ok, su questo non ci piove.

Ma spesso si omette l’informazione più preziosa: la Commedia è un viaggio sì, ma è un viaggio soprattutto interiore. Per Dante e anche per noi. Insieme a lui e alla sua tunica rosso vivo abbiamo attraversato gironi e cerchi, sempre in tondo, ma mai a vuoto. Abbiamo scalato promontori, attraversato fiumi sorvegliati da traghettatori inquietanti e affrontato bestie fameliche, nascoste dentro ognuno di noi. Ogni girone ci ha rivelato una nostra paura insita, ogni cornice una speranza di redenzione, ogni cielo uno stato di beatitudine.

E semmai, guardandovi indietro, vi accorgeste di aver letto tutto questo senza esservi fermati a riflettere anche solo per cinque minuti d’orologio, beh, forse è ora di rispolverare qualche riga.

Illustrazione di Riccardo Guasco, 2016

Perché? Perché Dante non è solo letteratura italiana sui banchi di scuola. Non è solo vecchie parole impigliate tra le crepe e l’intonaco giallo chiaro delle nostre aule. E chissà se qualcuna poi col tempo è caduta a terra. Dante è realtà, la nostra. Tangibile ancora oggi e visibile più che mai. Ed è sempre con noi: vive perfino nei nostri telefoni! Non facciamo altro che riempirci gli occhi e la bocca con frasi dei grandi che furono. Con citazioni di personalità che sono riusciti a dire, forse, quello che noi mai potremmo. E Dante è uno di loro. Ma allo stesso tempo non è solo quattro parole da caricare su una story che dura a malapena 24 ore. 24 ore per 700 anni di arte. Curioso no?

Qual è il segreto allora? Leggerlo. Ma leggerlo sempre come un romanzo: dalla Vita Nova alle Rime, fino alla Commedia. Per comprendere che Dante è molto più di ciò che abbiamo sempre visto: è emozioni, dalle più inquiete e infernali alle più sublimi e paradisiache; è voglia di scoprire quello che si cela dietro l’evidenza, dietro al non detto, dietro ad un mondo che chiamiamo “nostro”, ma che non ci apparterrà mai veramente; è la poesia capace di cambiare l’uomo dal profondo, anche con le sue passioni, pacchetto completo e niente sconti. Ma, a dirvela tutta, Dante è più di ogni altra cosa cielo che si tinge di rosso dopo un temporale estivo inaspettato. E la capacità di stupirsi ancora.

E noi, inutile negarlo, lo leggiamo anche per ritrovare un piccolo tassello di noi in qualche terzina, in qualche parola ormai in disuso. Per arrivare alla fine di quel Paradiso 33, accarezzare l’ultima pagina, chiudere il libro e pensare: «Guarda un po’, quanto mi ha lasciato dentro».

Dante Alighieri è morto in una notte dal sapore ancora estivo, ma già pronta a tingersi d’autunno; forse buia, oscura come la sua selva. Ma chissà che lui non volesse proprio uscire «a riveder le stelle».

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