Sua maestà Nadia Comăneci: la perfezione e il suo lato oscuro

Il 10 a Montreal, la dittatura rumena e la fuga in America: la parabola di vita della regina della ginnastica

La fabbrica della ginnastica nella Romania della dittatura

Negli anni ’70 lo sport è strumento politico di propaganda, soprattutto nei Paesi del blocco sovietico. Sforna talenti da sfoggiare alle Olimpiadi, funziona da fucina di prestigio e supremazia.

Nella Romania socialista uno degli sport più diffusi è la ginnastica artistica, intorno alla quale si è creato un efficiente sistema produttivo, una vera e propria industria che modella e realizza un prodotto finale qualitativamente eccellente. Le ragazze fisicamente più adatte e talentuose sono scovate in tenera età: da quel momento la palestra diventa l’unico luogo della vita e gli attrezzi ginnici i pochi compagni d’avventura.

Lavorare duro per vincere, anche in condizoni inumane. Lavorare per vincere e vincere per lo Stato. La spietata catena di produzione porta le giovani rumene dal focolare domestico fino all’oro olimpico, senza spazio per divertimento e svago, ma solo per allenamenti, sudore e sofferenze. Non ragazze, bensì oggetti di immenso valore e dalle straordinarie capacità atletiche, prive di amori e amicizie, strappate alla vita adolescenziale. Uno sguardo esterno si chiederebbe se il gioco valga la candela, se il compromesso sia equo, se qualche medaglia ripaghi una giovinezza a senso unico, di totale devozione. Ma uno sguardo esterno non può intuire il sentimento della vittoria, dell’autocelebrazione: e per vincere bisogna soffrire e rinunciare.

Alcune delle ginnaste che hanno vissuto anni di sacrifici nelle palestre russe e rumene raccontano dei metodi brutali, delle punizioni psico-fisiche, della somministrazione di ormoni per rallentare la crescita. Il confine tra realtà e leggenda è labile e ha dato spunto a discussioni e inchieste. Tuttavia, molte altre atlete confessano l’inevitabile legame tra quei metodi e la vittoria. Lo ha affermato anche la numero uno di tutti i tempi, Nadia Comăneci.

Bela Karoly, suo allenatore, la scopre a sei anni e la sottopone a sedute di sei ore al giorno, senza ricevere da lei mai un lamento o un alibi. Lo stesso coach ha poi rivelato il carattere unico di quella ragazza, diversa dalle altre, programmata per vincere e maniacale nel suo obiettivo. Intervistata sulla sua disabitudine al sorriso: «Un sorriso mi farebbe perdere qualche millimetro di equilibrio e rischierei una penalità». Una risposta che condensa una mentalità diversa dalla norma, speciale, propria di quella ristretta nicchia di atleti che siamo soliti chiamare fuoriclasse.

Piccola libellula e piccolo robot: il 10 a Montreal

Si fatica a definire il concetto di perfezione. L’essere umano è di natura imperfetto, cade nell’errore, trascura il dettaglio. E laddove l’apparenza farebbe supporre la perfezione, l’inganno è dietro l’angolo, pronto a svelare falle e punti deboli. Nella storia dello sport è ancor più complicato individuare una prestazione perfetta, sostanzialmente perché la perfezione è un’idea oggettiva, mentre la maggior parte degli sport si misura e giudica soggettivamente.

Anche l’artistica ha una forte componente di giudizio soggettiva: il parterre di giudici raramente concorda sul punteggio assegnato all’esercizio e trova sempre il modo per sminuire la prestazione. Almeno fino al 1976, quando, durante le Olimpiadi di Montreal, la ginnasta quattordicenne Nadia Comăneci sfodera l’esibizione perfetta, divenendo la prima ginnasta a ricevere il massimo punteggio ottenibile alle Olimpiadi: 10,00.

È il 18 luglio e protagoniste insieme a lei sono le parallele asimmetriche. Una prova senza eguali, immortalata da indimenticabili scatti fotografici, che colgono la leggerezza di un volo quasi angelico. La purezza del gesto tecnico non lascia trapelare impegno e sforzo: è assolutamente naturale, la danza di una farfalla che si muove di fiore in fiore. Anche il tabellone viene colto di sorpresa: non può segnare quattro cifre, due intere e due decimali, dunque mostra solamente “1,00”. Ma quell’uno compare per dieci volte ed è subito chiaro a tutti di trovarsi di fronte alla leggenda, alla perfezione in carne ed ossa. Una perfezione rara, forse irripetibile, che nasce nella natura di un corpo snello, delicato e predestinato, ma non troverebbe mai compimento senza l’arte della fatica e dell’esercizio. Non a caso i suoi due soprannomi sono “piccola libellula” e “piccolo robot”, a rimarcare l’indissolubile legame fra il risultato e il mezzo per ottenerlo.

La propaganda di Ceaușescu e la prigione del lusso

Non è tutto oro quello che luccica sulle svariate medaglie collezionate dalla stella dell’Est. La vittoria e il successo hanno il loro lato oscuro. La perfezione ha un prezzo e Nadia lo ha pagato per tutta la carriera in palestra e, purtroppo, anche fuori.

Tornata da Montreal, è l’eroina nazionale, il vanto di tutta la Romania. Lo sa bene il dittatore Ceaușescu, che la rende il perno della propaganda di regime, nominandola anche Eroe del lavoro socialista. Nadia diventa il simbolo del Paese agli occhi del mondo.

Il regime del conducàtor Ceaușescu è un comunismo nazionalista, con forti componenti autarchiche. Ciò che colpisce è il dislivello sociale: una popolazione povera e in difficoltà vive ai piedi di un potere bieco e arrogante, avvolto nel lusso. Il terzogenito del dittatore, Nicusor, ne è l’incarnazione: viziato, alcolizzato, violento e abituato ad ottenere tutto ciò che vuole, specie le donne. Si invaghisce di Nadia e la costringe a diventare sua amante, sottoponendola ad abusi fisici e sessuali, da lei successivamente confessati. Tra una gara e un’altra, rinchiusa nel palazzo reale e oggetto delle voglie del principe, bambola nelle mani del regime, Nadia si sente in prigione, protagonista di una vita a cui non appartiene. La spensieratezza e la libertà che prova in equilibrio sulla trave o in volo sulle parallele non le bastano più.

È prigioniera della sua vita. Vorrebbe fuggire, ma è tenuta sott’occhio dagli agenti segreti di Ceaușescu. La solitudine la attanaglia, tenta addirittura il suicidio ingerendo candeggina. La situazione peggiora ulteriormente quando, nel 1981, i Károlyi partono per gli Stati Uniti e decidono di non tornare in Romania. Nel 1984 si ritira dalla ginnastica e inizia un periodo di trascuratezza, quasi a manifestare il ribrezzo verso la sua immagine di principessina perfetta e di strumento del governo.

La fuga in America e la nuova vita

Per diversi anni Nadia pensa alla fuga, ma senza trovare il coraggio e un complice che la potesse aiutare. Ma nel novembre del 1989 arriva l’occasione giusta: il coraggio nasce dalla fragilità di un regime al capolinea e pronto a cadere di lì a un mese e il complice è Constantin Panait, che accetta in cambio 5.000 dollari. Nel corso della notte fugge a piedi per sei ore, da Bucarest al confine ungherese: lì la aspetta in auto Panait e i due raggiungono Vienna. Chiede asilo politico all’ambasciata degli Stati Uniti, per poi partire verso una nuova vita.

Ma le sofferenze non sono finite. Negli USA Panait mostra la sua vera natura: un aguzzino e carceriere che la sfrutta e la tiene reclusa in albergo, finché non si dilegua con 100.000 dollari.

È l’amore a salvarla. L’atleta americano Bart Conner la conosce sin dall’American Cup International Gymanstics Competition del 1976, quando, forse già innamorato, le aveva regalato un bacio sulla guancia. I due si incontrano in occasione di un talk show e non si separeranno più. Bart la introduce nell’ambiente della ginnastica americana e la sposa nel 1996. Nel 1999 Nadia diviene la prima atleta invitata a parlare alle Nazioni Unite per lanciare l'Anno internazionale dei volontari. Oggi insieme al marito è proprietaria dell'Accademia di ginnastica Bart Conner, dell'International Gymnast Magazine, della compagnia di produzione The Perfect 10 e di 4 negozi di articoli sportivi. Spesso torna in Romania, dove è presidente onoraria della federazione rumena di ginnastica e del comitato olimpico rumeno, nonché ambasciatrice dello sport della Romania. Qui è ancora percepita come un simbolo, una leggenda, l’orgoglio di una nazione che sotto la morsa del regime comunista si aggrappava alla leggerezza e al talento di una piccola ginnasta quattordicenne.

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