Se la Valentina di Guido Crepax fosse una persona reale frequenterebbe i backstage dei concerti indie (e i vernissage d’arte contemporanea)

La politica mondana del radical-chic con il prediletto Trotsky, la rivolta comunarda o la rivoluzione bolscevica esorcizzata in forma di poster, i nuovi film di Jancso e i vecchi film di Eisensten, l’insostituibile coppia Freud-Marx e l’indomabile duo Sade-Masoch, il neogotico e la swinging London, il 68’ e il pop, lo strutturalismo e L’Espresso, l’happening e il liberty, il revival nazista e Giorgio Bocca, Camilla Cederna e il revival della lirica, i titoli neri dei quotidiani, Bacon e Frankenstein, l’Art Dèco e il rococò.

È in questo modo che Lietta Tornabuoni, giornalista e critica cinematografica, ha descritto le «costanti allusioni culturali» disseminate nei fumetti di Valentina, che «registravano puntuali le successive scoperte e le precarie passioni della voga». Leggendo queste parole non possiamo che sorridere al pensiero di tanta somiglianza con certa nostra generazione, quella che un controverso autore moderno, Pippo Sowlo, descrive bene in un pezzo unofficial col duo degli Psicologi reperibile su YouTube al titolo di Poser: «Madò ‘ste minorenni, già in fissa con gli Adelphi, sei del 2004 te piace Nanni Moretti. La BCE e la Brexit, Pippo che ne pensi?».

Valentina è un fumetto che nasce dalle matite di Guido Crepax ed esordisce su linus, la più nota e longeva rivista italiana di fumetto, nel gennaio del 1969. Valentina, che già nel nome contiene un quid di minuta grazia e di mistero, è una bellissima donna che frequenta i salotti milanesi: salotti pregni di optical art, dove uomini posati discutono fanaticamente d’arte e musica, disquisiscono superficialmente di politica, cercano di sedurre artiste e modelle appariscenti e algidamente distaccate. Le situazioni valentiniane sono abitate da questo campionario di bestie da salotto letterario, come giornalisti, architetti, stilisti, editori, discografici che si interessano di questioni culturali e politiche tra divani, chaise longue, Ontani e Lukacs, alleggerendo però i toni citando gli ultimi cantanti popolari di Sanremo. In questa giungla si muove Valentina, sempre impeccabilmente vestita alla moda con i suoi abiti alla Louise Brooks.

Crepax è tra i più attenti osservatori della società nella quale è immerso. Tutti i personaggi tratteggiati dall’autore sono estremamente curati nell’aspetto e nella scelta degli abiti, degli accessori e degli ambienti. Gli stessi appartamenti dove sono ambientate le vicende sono arredati con mobili e oggetti che comunicano perfettamente l’identità dei proprietari: nelle librerie in mostra l’autore ci tiene a rendere visibili persino i titoli dei volumi, per farci capire i riferimenti culturali dei protagonisti. Questa estrema cura estetica ricorda l’attenzione che gli utenti sui social riservano ai propri spazi, postando quella o quell’altra foto, per veicolare o meno certi messaggi e appartenenze identitarie.

Ma ciò che veramente c’è di più similare con le narrazioni valentiniane sono i salotti: oggi non si chiamano più così, oggi sono i backstage dei concerti di musica indie, i vernissage in Trastevere a Roma, i banconi del MiAmi a Milano, lo Spring Attitude Festival, le sdraiette del Monk Club, le presentazioni dei libri, le room di ClubHouse e i post di Instagram, Piazza San Calisto, la zona pedonale del Pigneto, le piazzette con i localini di Garbatella o le panchine scanzonate di San Lorenzo. Questi sono i luoghi dove vengono diluite a colpi di gin tonic le questioni politiche più radicali, dove tra una sigaretta e l’altra si appoggia o si critica la cancel culture, ci si scaglia contro o a favore del DDL Zan, si parla delle ultime tendenze dello streetwear e giovani producer musicali avvicinano i telefoni con la mano a cucchiarella per far ascoltare il proprio pezzo prodotto in home studio.

Crepax fu un fumettista alieno rispetto alla rosa di autori proposti da linus, sopratutto per l’erotismo presente nelle tavole del fumetto della giovane donna, erotismo che costrinse il direttore della rivista ad intervenire diverse volte per raffreddare la sensualità di una schiena nuda o di un seno scoperto.

Tuttavia l’eros ritratto non risulta mai essere volgare o banalmente osceno, ma sottile, elegante, che trova la sua intensità nella semplicità di una linea curva. E a loro modo, anche le situazioni e le conversazioni morbide che abbiamo tirato in ballo ora hanno qualcosa di erotico: assomigliano ad una moderna danza dell’amore, dove i ballerini, come in un ballo di gruppo, si studiano e si lambiscono appena, senza mai toccarsi, delle balere moderne dove la gente, per citare il capostipite della new age della musica indipendente italiana, «è li per scopare e non può fare brutta figura».

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