Recensionismo compulsivo: come il commento è diventato una “pratica malata”

Mantenere un buon livello di concentrazione per l’intera durata di un video su Youtube, se esso si allunga oltre i dieci minuti di tolleranza massima dello spettatore, può essere considerata la tredicesima fatica di Eracle.

E può darsi che, a pensarci bene, l’idra di Lerna risulti addirittura affrontabile a cuor leggero, una volta paragonata all’irresistibile tentazione di distrarsi leggendo i commenti sottostanti. Stoppare e tornare indietro per riguardare quello che si è perso mentre si stavano scorrendo i contributi degli altri utenti della piattaforma equivale, ovviamente, a barare.

La definizione di Recensionismo Compulsivo proviene da un video realizzato proprio su Youtube da Roberto Mercadini, abile cantastorie del ventunesimo secolo. Il titolo è Il delirio delle recensioni su Amazon Libri, la lunghezza è di diciotto minuti e trenta. Quasi il doppio della durata consentita, ben oltre la soglia del dolore. Mentre si assiste da questa parte dello schermo allo sviluppo della riflessione dell’autore, quasi ci si vergogna al pensiero di accedere alla barra dei commenti.

Questo perché, con tono polemico al punto giusto, Mercadini, mette sotto accusa proprio la malsana necessità di esprimere a tutti i costi la propria opinione, spesso decontestualizzata. O, ancora, di leggere i punti di vista altrui così da poter recensire anche questi ultimi, con tutta l’indignazione, l’approvazione o le correzioni ortografiche del caso (pare che proprio i ritocchi su lingua e grammatica italiana vadano per la maggiore).

Ecco descritto il recensionismo compulsivo, un comportamento sociale che Mercadini ci insegna a diagnosticare, seguendo una via del tutto originale, non riconducibile al binomio malattia-cura, tanto di moda fra noi attori postmoderni. Qui, infatti, non ci sono né prognosi, né quadri clinici dietro i quali nascondersi, solo persone sane alle prese con fraintendimenti contestuali di cui sono pienamente responsabili. Una temibilissima idra di Lerna da sconfiggere, insomma.

La terra è piatta? L’ananas fa davvero dimagrire?

Posto che il recensionismo compulsivo non è una condizione clinica, ma un modo piuttosto scorretto di intendere la libertà d’espressione in una situazione sociale, esso va analizzato e decostruito proprio per evitare che il diritto di dire la propria, da sacro e intoccabile quale deve essere, non subisca degli abusi, finendo per uscirne svilito.

Il punto principale da chiarire è che cosa si intenda esattamente per fraintendimento contestuale, dal momento che qui sta la causa prima del sorgere del nostro pseudo disturbo.

Un esempio calzante di individuazione equivoca del contesto può essere osservato restando nell’ambito dei commenti sotto i video di Youtube. Capita spesso, infatti, che in risposta a titoli di video posti in forma di domanda, si trovino una sfilza di “sì” e di “no” nella barra dei commenti. Tali affermazioni e negazioni secche non sono altro che repliche da parte degli utenti alla questione posta nel titolo dei video, senza eccezioni, non importa se la discussione parta dal quesito La terra è piatta? oppure da L’ananas fa davvero dimagrire?, ciò che conta è recensire senza argomentare, nella forma più breve possibile.

Il non riconoscimento del contesto è rappresentato dal fatto che, probabilmente, la maggior parte degli spettatori - così zelanti nel commentare con un sì o con un no - si sono preoccupati ben poco dello studio o della riflessione che in principio hanno mosso l’autore del video, portandolo a porre proprio quella domanda. Ciò che viene richiesto al pubblico su Youtube il più delle volte, infatti, è di godere di un flusso di informazioni.

Dove “godere”, sia nell’ambito del puro intrattenimento, sia in quello legato all’apprendimento di nuove conoscenze, significa interagire con il contenuto multimediale. Magari senza mettere la propria risposta nero su bianco, ma dandosi il tempo di elaborare un pensiero più articolato alla luce di ciò che si è appena visto e ascoltato.

Sinceramente mi aspettavo di più

E l’errore interpretativo relativo al contesto non fa che aggravarsi se si guarda alle recensioni su Amazon libri. Accanto ai commenti prevedibili, quelli che descrivono la qualità del prodotto e l’efficienza del servizio, si trova una serie tragicomica di critiche degli acquirenti al contenuto letterario dei libri comprati, con tanto di valutazione sugli scrittori.

Ce n’è per tutti i gusti, partendo da Anna Karenina definito niente di più che «un libro abbastanza piacevole», per poi passare a Moby Dick, restituito come «un’accozzaglia di capitoli insulsi, dove la descrizione di baleniere, megattere, capodogli e spermaceti la fanno da padrone» e, per finire, Guerra e pace, libro dalla prosa sconvolgente liquidato con un «sinceramente mi aspettavo di più da quest’opera».

Il culmine del delirio, forse, si raggiunge con la recensione del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, che merita, secondo alcuni commenti, una nota positiva: «Almeno non è lungo».

Sembra incredibile, ma oltre all’espressione di una replica del tutto fuori luogo, accostabile alle risposte non richieste alle domande dei video su Youtube, qui il recensionismo compulsivo si intensifica, compie un passo ulteriore.

Chi, dopo essersi fatto (come è normale e spontaneo che accada) un’idea di un romanzo senza averlo letto, si sente in dovere di comunicare quanto sia rimasto deluso dal fatto che la lettura non abbia rispecchiato il suo pensiero iniziale, non si pone nemmeno per un secondo nell’ottica per cui questo cortocircuito possa essere un momento di scoperta, di arricchimento. Al contrario, l’opinionista compulsivo si affretta ad aprire il sito di Amazon, per far sapere a tutta la community quanto, non essendo stato aderente alle sue aspettative, il libro vada bollato con aggettivi quali noioso, pesante, complesso, eccessivo.

Sentenze che vanno piano piano a consumare lo spazio dedicato agli aspetti inaspettati e sorprendenti che si accompagnano all’incontro con un’opera sconosciuta, di qualsiasi genere essa sia, e che ne costituiscono la parte più appassionante e assieme faticosa, poiché richiedono una personale rielaborazione da parte di chi ne fruisce.

Le tredici fatiche di Eracle

Per guarire dal recensionismo compulsivo, o almeno per potersi considerare in fase di convalescenza, occorrerebbe fare lo sforzo di abbandonare l’approccio clientelare che spesso tende ad essere preponderante nel nostro rapporto con le novità in cui ci imbattiamo. Limitare le interazioni sociali, culturali, ludiche ad uno schema consistente in due soli momenti - quello della consumazione e quello successivo della registrazione del tasso di gradimento - è un vero e proprio spreco, poiché va a distorcere alcune delle nostre pratiche umane, invece che ottimizzarle.

Per non fare violenza al nostro diritto al commento e alla critica, occorre munirsi di due enormi assi cartesiani, in modo tale che la recensione puntiforme che si è deciso di mettere per iscritto abbia un senso anche rispetto al luogo in cui si colloca, una giusta distanza dall’asse delle ascisse e dall’asse delle ordinate.

Il sistema di riferimento rappresentato dai due assi sarà composto di argomentazioni, ricerche, informazioni in grado di sostanziare il commento e, soprattutto, di dare ampio spazio a quel momento di scoperta e comprensione che la foga del recensionismo compulsivo tende a troncare.

La sconfitta dell’Idra di Lerna è già compiuta nel momento in cui il mero rapporto clientelare dell’uomo con il mondo viene interrotto. Andare alla ricerca del contesto di ciò che vogliamo capire davvero, nella nostra esperienza sociale e umana, costituisce un’impresa diversa e ulteriore. Questa, non la cura del recensionismo compulsivo, è la tredicesima fatica dell’Eracle postmoderno.

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