Il Gattopardo: un caso isolato

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Isolato caso editoriale

Non prima del 1958 Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi poté godere del privilegio editoriale, ottenuto grazie all’accoglienza lungimirante di casa Feltrinelli, con la diretta supervisione di Giorgio Bassani. Era l’approdo malsano di un naufrago che a bracciate e arrancate aveva raggiunto la riva dopo essere stato malmenato da scogli e flutti: Vittorini lo rifiutò per “Gettoni” di Einaudi, una collana così volta allo svecchiamento narrativo che certo non andava d’accordo con la nebbia psicologica e sociopolitica del Gattopardo, per la quale risultava inchiodato in un immobilismo di fondo. Nella lettera di Vittorini a Tomasi datata 2 luglio 1957 veniva alla luce la problematicità del romanzo che ne avrebbe impedito la pubblicazione: prolisso, sbilanciato, descrittivo, saggistico. Neanche l’ulteriore passaggio della palla bollente a Mondadori con la postilla vittoriniana circa la commerciabilità del prodotto – allorché rivisitato, beninteso — valse a rendere edito il romanzo. Infatti, è solo a seguito della morte dell’autore che la vita del libro uscì dal tormentato embrione per intraprendere un percorso di successo, che lo portò di lì a un anno a vincere il premio Strega (1959) e in breve tempo a essere considerato un autentico classico italiano. 

Isolato caso geo-politico

La Sicilia agli occhi di Federico conte di Salina e della sua numerosa famiglia è un’isola isolata. Il paesaggio insulare descritto è già di per sé un luogo dai difficili connotati: oltremodo arido negli agosti interminabili in cui si aspetta il miracolo pluviale, costantemente abbagliato da un mare argenteo che acceca e stordisce, cinicamente straniante nelle strade deserte che sinuosamente celano e svelano le carrozze dei Salina durante il viaggio verso la tenuta estiva di Donnafugata. Le minuziose descrizioni del panorama siculo, talvolta estremamente prolisse in periodi che per lunghezza sembrano sottendere l’orizzonte a perdita d’occhio, hanno una funzionalizzazione nella matrice politica esplicitata soprattutto nel quarto capitolo. Quando il segretario della prefettura Chevalley propone a Federico la carica senatoria per il Regno di Sardegna in rappresentanza della neo-annessa Sicilia, la risposta negativa del Principe fa appello al territorio circostante come causa della naturale accettazione della sottomissione sicula ai poteri altrui, dell’immobilismo sempiterno per cui non vale la pena combattere. 

[…] questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della Baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; […] sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste. […] Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia […]. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima […] questi governi, sbarcati in armi da chissà dove […]; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d’animo.

È un movimento che dall’esterno si ripercuote nell’interiorità dell’uomo insulare, così inebetito dalle circostanze corrosive, paesaggistiche e politiche. L’isola per l’isolano diventa alienazione dell’io e l’accoglienza dell’altro che domina. Da questa condizione di esistenza resta solo il ripiegamento in un individualismo che è anche la speranza egoistica dell’immutabilità esterna, e di qui la celebre frase-etichetta del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Il Gattopardo, Luchino Visconti, 1963

Isolato caso esistenzialistico

Altra causa dell’iniziale opposizione alla pubblicazione del romanzo è la profonda dimensione psicologica che lo avrebbe tirato fuori dai gusti del Novecento, tanto intrisi di dinamismo e di epicità, tanto inquisitori di quella noncuranza dell’azione di cui erano stati accusati anche gli ermetici della prima generazione, tanto rivolti all’azione resistenziale come unico espediente letterario possibile.

E allora l’insularità d’animo della precedente citazione basta a svelare l’intento principale dell’opera: quello dell’indagine psicologica, dell’interiorizzazione dei movimenti, dell’esposizione (anche saggistica) del pensiero di una casata aristocratica colta nel momento storico del passaggio di potere, dai Borbone ai Savoia. La risposta che accondiscende la rivoluzione e il cambiamento storico non è certo animata da alcunché di ideale: si tratta solo di chiudere gli occhi e aspettare che la tempesta attraversi, per poi svegliarsi in un mondo solo apparentemente cambiato. Nel momento in cui si voltano le spalle alla storia, un’altra dimensione si apre: quella dell’io, della morte, del martellante scrollarsi della vita dal corpo, dell’esserci nella consapevolezza del fatuo divenire. I pensieri esistenziali di Don Fabrizio non hanno bisogno di particolari momenti per emergere: bastano un ballo di palazzo, l’invidia malcelata per la giovinezza del tanto amato nipote Tancredi e la brama erotica vanamente soppressa per la sua promessa sposa Angelica a ricordargli l’unica rivolta per cui impaurisce, quella del trapasso. E nell’ora della dipartita, mentre gli ultimi granelli di vita scendevano dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia, c’è il tempo per setacciare ogni attimo dei settantatré anni vissuti, per meravigliarsi che nella retìna non ne restano più di tre.

Ho settantatré anni, all’ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due… tre al massimo. E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare tutto il resto: settant’anni.

Un bilancio amaro, così maturato dall’esistenzialismo aristocratico, così figlio dell’ozio antistoricistico, così specchio del deserto esteriore e interiore di una Sicilia atavicamente immobile.

Autore

Samuele, classe 1997. La P è la mia lettera preferita: amo la Poesia e la Pesca. Mio padre, Giuseppe, lo chiamano Pino.

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