Mario Draghi salverà l’Italia?

Il suo nome era sulle bocche di tutti da molto prima che Mattarella lo convocasse al Quirinale per conferirgli l’incarico di formare il nuovo Governo. Mario Draghi è forse l’italiano più influente al mondo, andando ben oltre il posto all’ombra tipicamente riservato ad economisti e banchieri.

Nell’ultima settimana è stato acclamato da popolo, media e addirittura dalla stessa classe politica che fino a poco tempo fa lo disprezzava. È ancora nelle menti di molti Di Maio che, parlando dell’ex direttore della Banca Centrale Europea diceva «mi ha fatto un’ottima impressione». Sebbene sia trapelato ben poco materiale in merito al programma che il Presidente incaricato Draghi andrà a percorrere, destra e sinistra hanno già dato i loro verdetti. Per i primi, Draghi è una loro creazione ed espressione massima del loro pensiero politico in maniera ecologica. Per i secondi, invece, sembra sia stato incaricato di formare il Governo nientepopodimeno che la reincarnazione di Salvador Allende.

Quello del quale stiamo assistendo la nascita, sarà un governo prima di tutto fortemente voluto dal Presidente Matterella e, se presenti, i connotati politici saranno secondari. Di fondamentale importanza sarà invece la visione politica di Mario Draghi. I suoi detrattori, in questi giorni, lo hanno più e più volte paragonato all’ultimo Presidente di un Governo tecnico presente in Italia, suo omonimo nel nome: Mario Monti.

Eppure, il background privato e da economista di Draghi, nonché le sue ultime dichiarazioni pubbliche, fanno presagire l’esatto opposto.

Un Caffè con Keynes

Mario Draghi, nel 1970, si laureerò con un relatore di tesi d’eccezione: Federico Caffè. L’economista, nato a Pescara nel 1914 e scomparso misteriosamente nel 1987, era un seguace delle politiche di John Maynard Keynes. Tradotto, il suo pensiero riteneva inevitabile l’intervento dello Stato per regolamentare il Mercato, non credendo nella sua autonoma perfezione. Inoltre, nello specifico caso, nei suoi studi pose grande attenzione alla creazione di un Welfare State. L’obiettivo da raggiungere, per Caffè, era la ricerca del minor tasso possibile di disoccupazione.

Viene da sé che politiche di austerity e taglio della spesa, come quelle attuate da Mario Monti, non trovino spazio in questo modo diverso di pensare l’economia, totalmente lontano dal neoliberismo.

Volendo andare più a fondo nel pensiero di Caffè, possiamo andare ad indagare quelle che erano le sue opinioni sull’economia italiana. In vari momenti, definì l’intervento dello Stato italiano come inutile e dannoso per il popolo: quello che osservava era uno Stato dedito al finanziamento di aziende già morte e che aveva alternato momenti di liberismo con altri di interventismo a favore dei soliti colossi italiani.

Sono queste le basi economiche ed intellettuali di Mario Draghi: porta, nel suo bagaglio culturale, un’idea di politica economica differente dalla massa e che potrebbe trovare, in questi tempi di crisi più che mai, perfetta declinazione.

Le privatizzazioni degli anni ‘90

Quello che molti incolpano a Draghi sono i suoi anni Novanta, durante i quali venne identificato come il principale artefice delle operazioni che portarono lo Stato italiano a smantellare gran parte delle aziende di propria proprietà.

Un primo, breve appunto da fare su quegli anni è il motivo per il quale vennero realizzate. Lo Stato italiano veniva da anni di massima spesa pubblica, orientata non nella creazione di quello che viene definito “debito buono”, ossia in grado di creare un’onda di investimenti e lavoro, bensì dal classico “debito cattivo”, utilizzato per salvare aziende destinate al fallimento avvinghiate ai sussidi statali per sopravvivere.

Altro punto da toccare è quello dell’obbiettivo a cui quelle privatizzazioni miravano. L’Italia, insieme al Regno Unito, non erano state giudicate positivamente dalle altre nazioni fondatrici dell’Unione Europea. Dei parametri imposti, non ne soddisfacevano nemmeno uno. Il traguardo che quelle privatizzazioni permisero di raggiungere fu l’autorizzazione ad entrare nella nascente Unione Europea, adottando la moneta unica.

Il salvatore dell’Euro

Nonostante un cursus honorum più che rispettabile, a rendere noto al grande pubblico Mario Draghi è stato il ruolo di Presidente della Banca Centrale Europea e, soprattutto, il discorso che tenne a Londra nelluglio 2012, il celebre “Whatever it takes".

Quel discorso fu una vera e propria prova di forza contro i colossi finanziari che avevano cominciato a speculare sulla previsione di un crollo dell’euro. L’Europa, in quegli anni, si era ritrovata dinanzi la peggior crisi della storia (prima di quella creata dal Covid-19). I paesi del sud-Europa, in particolare, avevano subito i maggiori danni e sentimenti di euroscetticismo cominciavano a permeare l’opinione pubblica. Mario Draghi e la BCE permisero all’UE di sopravvivere.

Quello che accadde fu che, attraverso una serie di operazioni, la BCE cominciò ad acquistare i titoli di Stato delle nazioni europee, mantenendo bassi i tassi e impedendo agli speculatori di batter cassa guadagnando sul crollo dell’Unione.

Il nuovo Governo

Quella che Mario Draghi si appresta ad affrontare è una situazione estremamente insidiosa, in un nuovo ruolo di collante tra le varie forze politiche. Un primo successo è sicuramente stato quello di consegnare nelle mani di Ministri tecnici i dicasteri chiave della Repubblica.

Mai come in questo momento è palpabile la necessita di creare investimenti e lavoro, politiche progressive e redistributive, investire in favore delle classi meno agiate e dei giovani, ribaltare il mercantilismo che ha contraddistinto l’Italia nel corso degli anni e consegnare finalmente il paese alla modernità.

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