Il sequestro Moro: l’inizio dei 55 giorni di prigionia

16 marzo. L’incrocio tra via Fani e via Stresa e due macchine crivellate dai colpi, agenti a terra coperti da un lenzuolo bianco e un rivolo di sangue che testimonia la strage. Eppure, a 180 secondi dal primo sparo, a quell’incrocio non c’era più nessuno. Leopardi la chiamerebbe la quiete dopo la tempesta.

Ma per raccontare per sommi capi il rapimento Moro dobbiamo partire dal 1976: la DC arriva al 38%, mentre il PCI raggiunge lo storico risultato del 34%, culminato col discorso di Berlinguer in cui grida che ormai un italiano su tre, vota comunista.

Moro, consapevole del peso specifico del PCI in Italia, propone di coinvolgerli nell’area di governo. La mattina del 16 era atteso alla Camera per votare la fiducia al IV governo Andreotti, un monocolore democristiano con l’appoggio del PCI. Alla Camera il voto iniziava alle 10. Solo che, Aldo Moro, non ci arriverà mai.

L’incrocio tra via Fani e via Stresa

Intorno alle 9 Moro salì sulla Fiat 130 blu, guidata dai due agenti Ricci e Leonardi, e seguita da un’Alfetta di scorta guidata da altri tre membri della scorta: Zizzi, Rivera e Iozzino. Arrivati all’incrocio tra via Fani e via Stresa, in corrispondenza dello stop, l’auto che precedeva queste due macchine frenò di colpo: alla guida c’era Mario Moretti, massimo esponente della colonna romana delle Brigate Rosse. Immediatamente dalle siepi al lato della strada uscirono i terroristi armati: Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli. L’agguato durò tre minuti. Dopo aver ucciso tutti gli uomini della scorta, Moro, completamente illeso, viene sequestrato dal commando e, dopo una serie di passaggi, portato nella prigione del popolo di via Montalcini.

La vicenda comunque lascia qualche dubbio. Innanzitutto sono molte le testimonianze che riportano la presenza di due motociclisti passati sul luogo appena dopo la strage, quasi come volessero tenere sotto controllo la situazione. C’è poi la vicenda sull’organizzazione della scorta: perché Moro e gli agenti non viaggiavano su auto blindate? Perché gli agenti non indossavano un giubbotto antiproiettile? E perché, ancora, non avevano delle armi adeguate a contrastare un attentato?

Luciano Infelisi, che nel 1978 era sostituto procuratore della Repubblica, il primo a seguire le indagini sul caso Moro, avanza dubbi sullo svolgimento stesso della sparatoria: «Io ho visto parecchi episodi criminosi, ma questo era effettivamente un qualcosa che superava l’immaginazione. Non si possono uccidere tutti gli uomini della scorta e tenere illeso l’ostaggio. Fu una sparatoria che venne organizzata in maniera perfetta».

A confermare questo sospetto c’è la dichiarazione del brigatista Raffaele Fiore, che testimonia una scarsa attitudine generale all’utilizzo delle armi prima di questo episodio: «Quasi nessuno era in grado di sparare […]. Io avrò sparato […] una raffica di mitra per sentire come si muoveva tra le mani. […] Non si richiedeva la capacità di specialisti […] perché da un metro di distanza tutti possono essere bravi a sparare».

Via Fani, il giorno dell’agguato. Vediamo la prima macchina da sinistra, quella guidata da Mario Moretti, e dietro le macchine della scorta.

La prigione del popolo

Nel parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi il sequestrato, in una cassa di legno, fu caricato su una Citroen e portato nel covo definitivo. Quello di via Montalcini n°8, che, secondo tutti i brigatisti, è stato l’unico luogo della prigionia di Moro. (Domanda legittima: come ha fatto un commando di terroristi con Aldo Moro nelle mani a muoversi indisturbato nel cuore di Roma?)

Il covo di via Montalcini era stato adibito a prigione del popolo, il luogo in cui avrebbero condotto il processo proletario.

A vederlo da fuori in verità l’appartamento non desta nessun sospetto: ci abitavano l’ingegnere Altobelli e moglie, che conducevano una vita regolare. In verità, l’ingegnere Altobelli si chiama Germano Maccari, e la “moglie” è Anna Laura Braghetti. E, ovviamente, sono due brigatisti.

Inoltre all’interno della loro abitazione nei giorni precedenti è stata costruita la cella di Moro: larga 90 centimetri e lunga 2 metri, un letto, un bagno, un drappo delle Brigate Rosse e pochissimo spazio per sgranchirsi le gambe. Da qui, Moro, scriverà un centinaio di lettere. Da qui, circolerà la polaroid dell’onorevole, la prima del sequestro. A monitorare il prigioniero c’è un carceriere armato: si tratta di Prospero Gallinari che, evaso dal carcere di Treviso nel ’77, non abbandona mai il covo. A condurre gli interrogatori sarà, invece, sempre e solo Mario Moretti.

Francesco Arena ha riprodotto la prigione di Aldo Moro, nell’opera intitolata 3,24 mq esposta al Maxxi, a Roma, in mostra permanente

Perché proprio Moro?

La Democrazia Cristiana era il partito di governo, il braccio della borghesia imperialista mondiale che aveva mutato il carattere democratico e liberale delle nazioni. L’obiettivo delle Brigate Rosse è l’abbattimento dello Stato, la distruzione di quello che, nei loro comunicati, chiamano SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).

Dunque la DC come responsabile di una sorta di controrivoluzione. Chi erano i responsabili del partito? Basti vedere la struttura del tempo: Fanfani, Andreotti, Moro.

Ma perché proprio Moro? Rispondiamo alla questione con la dichiarazione di Adriana Faranda, ex brigatista, al tempo compagna di Valerio Morucci: «Fanfani venne ritenuto ormai un po’ fuori dai giochi, Andreotti ai nostri occhi era l’uomo del potere, mentre l’intelligenza che stava dietro era di altri, era di Moro. Per noi Aldo Moro era la mente della Democrazia Cristiana».

Se leggiamo il primo comunicato diffuso dalle Brigate Rosse, vediamo che il destino del prigioniero era comunque già segnato. Insieme a De Gasperi è accusato di «essere il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di quel regime democristiano che da trent'anni opprime il popolo italiano». E ancora: «Da tempo le avanguardie comuniste hanno individuato nella DC il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria […]. Bisogna stanare dai covi democristiani, variamente mascherati, gli agenti controrivoluzionari […]non concedere loro tregua».

Dunque con il sequestro Moro inizia la fase più acuta dello scontro diretto con lo Stato, il momento cruciale della lotta tra istituzioni e terrorismo, tra la Ragion di Stato e lo spirito rivoluzionario: da questo scontro ne dipenderanno le sorti di Moro e della sua memoria nella cultura collettiva.

Disclaimer • Generazione Magazine © 2021
Questo spazio web è stato sviluppato da Tommy